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lunedì 25 agosto 2008

Islam, Bertolini (PDL): Da monsignor Tauran autorevole contributo su problema moschee in Italia

"Le parole di monsignor Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo religioso, sull'essenzialita' della reciprocita' dei luoghi di culto tanto in Europa per le confessioni diverse dal Cristianesimo, quanto nei paesi a maggioranza musulmana per chi non e' islamico, non puo' non essere colto come un messaggio autorevole nei confronti della questione moschee anche nel nostro paese".
Lo afferma l'Onorevole Isabella Bertolini, componente del direttivo del Pdl alla Camera. "L'eccessiva proliferazione di moschee in Italia, senza che sia data la possibilita' a chi non e' musulmano di erigere propri luoghi di culto in paesi islamici, non puo' certamente essere accettata.
Il mancato riconoscimento reciproco del diritto alla liberta' religiosa non e' il solo punto dolente. Il numero troppo elevato di moschee in Italia sta portando un serio problema di sicurezza. I luoghi di culto islamici, come ci dice l'ultimo rapporto dei servizi segreti, sono troppo spesso terreno fertile per i reclutatori della guerra contro l'Occidente. I recenti arresti a Bologna di una cellula jihadista la dicono lunga su un pericolo che non puo' essere in alcun modo sottovalutato.
Molte amministrazioni comunali stanno consentendo, con troppa superficialita', la costruzione di moschee sui propri territori, che potrebbero poi essere gestite da associazioni musulmane radicali, contigue alle posizioni del fondamentalismo internazionale piu' acceso. Si rischia di accendere una polveriera. Non possiamo permettere, a chi non riconosce i nostri valori, di trasformare alcune aree del paese in aree dove i nostri diritti non valgono nulla".

sabato 23 agosto 2008

Sgominata cellula jihadista, Leoni: Moratoria di due anni su costruzione nuove moschee in Emilia Romagna

Prendendo spunto dalla notizia che sabato 9 agosto 2008 “è stata sgominata, a Bologna, una cellula jihadista che reclutava islamici da trasformare in kamikaze”, il Consigliere regionale Andrea Leoni del PDL ha rivolto un’interrogazione alla Giunta regionale per sapere se non ritenga necessario vigilare sulla legittimità delle attività svolte all’interno delle moschee presenti sul territorio dell’Emilia-Romagna, mettendo in atto azioni specifiche, anche di concerto con il Governo nazionale e le Amministrazioni locali, per garantire un controllo capillare su questi centri islamici, anche dal punto di vista numerico.
Andrea Leoni, a questo proposito, ricorda che dai dati emersi dalla 58^ relazione dei servizi segreti italiani si evince che l’insegnamento religioso praticato all’interno delle moschee e delle scuole coraniche è oggetto di specifiche “analisi, in relazione alla prevenzione delle zone grigie dove i reclutatori jihadisti godono di libertà di manovra, specialmente nella reislamizzazione in senso estremista di elementi naturalizzati”.
Il Consigliere sottolinea inoltre che, nel recente passato, diversi centri dell’Emilia-Romagna, come Carpi (Modena), Reggio Emilia e Bologna, sarebbero stati al centro di indagini riguardanti attività gestite da extracomunitari legati a movimenti radicali islamici ed a presunti finanziamenti destinati alla lotta integralista ed alle moschee.“Questi ed altri episodi - scrive Leoni – confermerebbero che gli allarmi lanciati a più riprese da numerosi esperti sulla penetrazione fondamentalista islamica in Italia e nella nostra regione sarebbero più che mai fondati”.
Considerando infine che l’Emilia-Romagna risulterebbe essere la regione con un maggior numero di moschee e che la costruzione di questi centri “procede a ritmo vertiginoso”, come ad esempio “a Sassuolo (Modena) e a Cesena (Forlì-Cesena), senza che gli amministratori locali siano minimamente interessati a quanto accade anche solo a pochi chilometri di distanza dai loro comuni”.
Il Consigliere regionale del PDL chiede alla Giunta come intenda evitare che moschee e scuole coraniche presenti in Emilia-Romagna si trasformino “in zone franche per estremisti”, se, dagli elementi di conoscenza in suo possesso, ritenga che la nostra regione, dove è già stata confermata la presenza di organizzazioni collegate all’integralismo islamico, sia potenzialmente ‘a rischio’ e se non ritenga doveroso disporre una moratoria di almeno due anni per la costruzione di nuove moschee in Emilia-Romagna, alla luce dei continui episodi di cronaca legati ad esponenti del terrorismo islamico presenti nel territorio regionale e visto che i centri culturali islamici e le moschee sono i luoghi dove operano i reclutatori di organizzazioni estremiste.

mercoledì 23 gennaio 2008

A Bologna maxi moschea per pochi islamici

Lo sa il sindaco Cofferati che si appresta a regalare la mega moschea di Bologna a un gruppo islamico che, oltre ad essere estremista, conta in tutto solo 21 associati sugli 11.615 musulmani residenti nel Comune?
Forse riuscirà comunque a farla costruire, a dispetto dell’opposizione della maggioranza dei cittadini e del pesante monito della Curia che ha qualificato l’insistenza dell’amministrazione comunale come un «peccato mortale» e invocato una «moratoria». Ma che almeno si sappia la verità su una vicenda che non fa il bene né dei musulmani né soprattutto dei bolognesi.
Basta andare nel sito ufficiale del Comune per rendersene conto. Al 31 dicembre del 2006 risulta che il totale degli immigrati a Bologna è di 30.319, di cui quelli originari di paesi a prevalenza islamica sono 11.615.
Se si considera che, sulla base delle stime rilevate dalle inchieste sociologiche e giornalistiche più serie, la percentuale dei musulmani che frequentano abitualmente le moschee oscilla tra il 5% e il 7%, questo dato a Bologna oscilla tra i 580 e gli 813 fedeli. Per un altro verso nel verbale dell’assemblea straordinaria svoltasi il 3 maggio 2006 nella moschea di via Pallavicini 13, redatto dal notaio Paolo Tavalazzi, per modificare lo Statuto del «Centro di cultura islamica di Bologna» al fine di permetterne la registrazione come Onlus, si legge: «Sono presenti, in proprio o per deleghe scritte, acquisite agli atti sociali, n. 16 associati, su un totale di n. 21 associati».
Si tratta di un documento ufficiale dello stesso Centro di cultura islamica che «aderisce all’Ucoii» (articolo 1 dello Statuto). Viceversa nel sito della Provincia di Bologna si stima che gli associati al Centro di cultura islamica sarebbero 50. Comunque sia, stiamo parlando di un totale di associati che corrisponde allo 0, 2% o lo 0, 4% dei musulmani residenti a Bologna.
Se invece consideriamo l’effettiva necessità di una mega moschea a Bologna, prendiamo atto dell’esistenza di 6 luoghi di culto islamici situati in via Pallavicini, via Libia, via Stalingrado, via Terracini, via Zago e in zona Barca.
La moschea in via Pallavicini può accogliere 400 fedeli (calcolando lo spazio di un metro quadro per ogni fedele secondo la stima fatta dal Comune). Gli altri 5 luoghi di culto islamici sono più piccoli e in condizioni disagevoli. Ebbene l’estensione della mega moschea che si vorrebbe costruire alla periferia della città, in via Fiorini, è di 2.500-3.000 mq di superficie utile netta su una superficie territoriale di 19.000 mq.
La stima della capienza è tra i 1.200 e i 1.500 fedeli. Quindi da sola supererebbe largamente la necessità dell’insieme dei musulmani praticanti di Bologna. L’ostinazione di Cofferati a costruire la mega moschea emerge dal dato sulla permuta che è attualmente al vaglio della Giunta e che potrebbe essere deliberata dall’Assemblea comunale entro la fine del mese.
La permuta avverrebbe tra un terreno sito in via Felsina, acquistato nel 2000 dall’Associazione Onlus «Al Waqf Al-Islami in Italia», ovvero «Ente di gestione dei beni islamici in Italia», affiliato all’Ucoii, per 180 milioni di lire, circa 90 mila euro. Ebbene la stima realizzata il 7 maggio 2007 dalla Finanziaria Bologna metropolitana, partecipata del Comune, valuta il prezzo del terreno a 1.382.000 euro. In aggiunta si sarebbero riconosciuti al Centro di cultura islamica una cifra di 269.000 euro per i lavori effettuati all’interno della moschea di via Pallavicini. In totale, quindi, il Comune avrebbe corrisposto al Centro islamico la cifra di 1.651.000 euro, circa venti volte il valore originario del terreno oggetto della permuta.
Non solo. Il Comune dopo aver stimato che il terreno originariamente destinato alla mega moschea, con una superficie di 52.000 mq, valeva 3.138.000 euro, si era auto applicato uno sconto del 50% a beneficio del Centro islamico.
Lo scandalo fu bloccato e si è appunto in attesa di una nuova stima. Per tutte queste ragioni, se alla fine la mega moschea sorgerà sarà bene chiarire che è stata voluta da questa amministrazione comunale per regalarla all’Ucoii. Sarà giusto, a quel punto, che quantomeno venga dedicata a Sergio Cofferati.
fonte: Magdi Allam, il Corriere della Sera

sabato 29 dicembre 2007

La moschea va in bancarotta. Ma gli islamici vogliono più soldi

Il cantiere è fermo da oltre un mese e della moschea con minareto e cupola c’è soltanto uno scheletro in cemento armato. Succede a Colle Val d’Elsa, in provincia di Siena, dove la comunità dei musulmani (circa duecento i residenti) ha finito i soldi per costruire il tanto discusso centro islamico.A fermare gli operai è stato lo stesso direttore dei lavori: «Ho deciso io di bloccare il cantiere sia per esigenze progettuali sia per fare il punto economico», ha spiegato l’ingegnere fiorentino, Aurelio Fischetti.
Non sono bastati dunque i trecentomila euro stanziati dalla Fondazione Monte dei Paschi di Siena per la realizzazione del progetto e la colletta del venerdì praticata all’interno della comunità islamica non è sufficiente a far fronte alle spese nemmeno per concludere la prima parte dell’opera. Poi si dovrebbe passare alla costruzione della cupola, del minareto e del giardino con la fontana: il costo complessivo dell’opera è stimato in oltre un milione di euro. Al momento però gli obiettivi sono ben diversi: «Andare avanti a lotti, passo per passo», fanno sapere dalla comunità islamica. E a conferma delle difficoltà economiche in cui versa l’associazione dei musulmani di Siena e Provincia c’è anche l’ingiunzione di pagamento intimata dal Comune di Colle Val d’Elsa per il mancato saldo del diritto di superficie dell’area dove sta sorgendo la moschea.
Nessun pagamento dal novembre 2005, quando fu stipulato l’accordo tra il Comune e la comunità dei musulmani che prevedeva la cessione del diritto di superficie per 99 anni a circa undicimila euro all’anno. Il sindaco Paolo Brogioni (Pd) ha teso una mano ai musulmani dicendosi pronto a rivedere la norma dell’accordo definita «discriminatoria» rispetto ad altre Onlus del territorio. In poche parole, pur senza intervenire direttamente, il Comune cercherà di alleggerire i conti della comunità ma su questo punto tornano a farsi sentire i cittadini del comitato anti-moschea: «Non è vero che non sono stati dati soldi ai musulmani - spiega il consigliere comunale Leonardo Fiore -, l’associazione non ha pagato la concessione edilizia: ha speso solo cento euro per i diritti di segreteria invece che le migliaia di euro di un normale cittadino. E poi nel 2001 lo studio di fattibilità, costato undici milioni di vecchie lire, fu pagato dal Comune». Non solo, «l’amministrazione comunale è in difficoltà finanziaria eppure rinuncia a soldi che gli spettano per il diritto di superficie. Così non va bene e poi - conclude Fiore - l’avevamo sempre detto che il progetto era spropositato rispetto alla comunità islamica residente a Colle». E contro la moschea sono stati presentati anche numerosi esposti alla magistratura. Il comitato dei cittadini per presunti abusi edilizi e la Lega Nord di Siena per chiedere di verificare come siano stati spesi i soldi erogati dalla Fondazione Monte dei Paschi.
Una battaglia rilanciata lo scorso 24 novembre anche da Magdi Allam, a Colle Val d’Elsa per presentare il suo ultimo libro, che aveva messo in guardia sui legami tra la comunità islamica di Colle Val d’Elsa e l’Ucoii e criticato l’amministrazione locale: «È inammissibile che i cittadini non siano stati coinvolti». Insomma, dal momento in cui il Comune di Colle Val d’Elsa stanziò circa un miliardo e mezzo di lire per ampliare il già esistente Centro islamico (composto da appena tre stanze) ad oggi, il braccio di ferro sulla moschea non si è mai placato. Tre anni fa la richiesta di referendum, quando la moschea era ancora un progetto sulla carta, fu infatti bocciata. A intervenire fu anche Oriana Fallaci: in un’intervista al settimanale New Yorker, indignata di fronte al progetto, la giornalista e scrittrice promise: «Prenderò gli esplosivi e la farò saltare in aria»

venerdì 28 settembre 2007

Al Qaeda si finanzia nelle moschee durante il Ramadan

Il mese di Ramadan, sacro per tutti i musulmani, è diventato un problema per gli apparati di sicurezza della maggior parte dei paesi arabi. Nel corso del mese di digiuno si svolgono numerose attività, come gli incontri comunitari nelle moschee e la raccolta della Zakat, che servono ai gruppi terroristici per reclutare nuovi seguaci e rifornirsi di danaro.
In particolare, il problema si pone in Algeria, dove è certo che parte dei soldi della Zakat versati dai musulmani vengono usati per finanziare al-Qaeda nel Maghreb islamico. A dirlo chiaramente sono stati il Dipartimento di Stato americano e l'ambasciata statunitense ad Algeri.
Secondo quanto riporta il giornale arabo 'al-Quds al-Arabi', i diplomatici americani sono molto preoccupati per il fatto che il danaro versato dai fedeli - in ottemperanza al terzo pilastro dell'Islam, che prevede la sua redistribuzione ai più poveri della comunità - possa invece finire sui monti dove si nascondono i terroristi. Per questo una delegazione del governo americano ha incontrato nei giorni scorsi il ministro algerino per gli Affari religiosi, Bouabdullah Ghulamallah, al quale ha espresso le proprie preoccupazioni.
Il ministro, però, sembra che abbia risposto stizzito alle domande degli americani, sottolineando come la responsabilità dell'uso di questi soldi non sia del ministero bensì degli stessi donatori. Un funzionario del ministero ha inoltre aggiunto che Ghulamallah avrebbe anche respinto la richiesta degli americani di affiancare ai loro dirigenti una squadra di tecnici per la gestione dei fondi della Zakat.Riferiscono alcune fonti che ogni anno, in Algeria, si raccolgono durante il Ramadan circa un miliardo di dollari, buona parte dei quali dovrebbero finire in un conto corrente bancario del ministero per gli Affari religiosi per essere convertiti in opere destinate ai più poveri. L'unico accordo trovato con gli americani, invece, sembra sia stato quello di dar vita, con i soldi della Zakat, a un fondo con il quale prestare danaro alle famiglie più bisognose, senza interessi, per dare vita a piccoli progetti imprenditoriali che li aiutino a diventare economicamente indipendenti.Maggiori preoccupazioni per l’impiego della Zakat a fini terroristici, si hanno tuttavia in paesi come l’Arabia Saudita, dove, grazie alla presenza di generosi emiri, i gruppi radicali islamici riescono a raccogliere molti più fondi. In generale, comunque, l'avanzata del terrorismo in tutti paesi arabi sta costringendo le autorità locali a prendere nuovi provvedimenti per evitare che il Radaman ed i suoi riti diventino occasione per il finanziamento e la propaganda delle cellule di al-Qaeda.
Stando alla Tv satellitare ‘al-Arabiya', il ministero degli Affari islamici di Ryiad ha diffuso nuove direttive sulla gestione dell'Iftar, la tradizionale rottura del digiuno, e la raccolta della Zakat. Per quanto riguarda l’Iftar, che consiste nell’offrire da mangiare a un gruppo quanto più numeroso di persone come forma di espiazione dei propri peccati, se prima i fedeli erano soliti organizzare questi pranzi collettivi all'interno delle moschee in modo autonomo, da oggi in poi potranno farlo solo dopo aver ricevuto un regolare permesso da parte delle autorità locali.
Più dure invece sono le nuove norme sulla raccolta della Zakat. In passato, nel regno saudita, associazioni private e moschee raccoglievano autonomamente il denaro dai fedeli, redistribuendolo come meglio credevano. Questo genere di pratica ha permesso il finanziamento di gruppi estremisti costringendo il governo ad intervenire.
Sarà proibito alle persone non autorizzate di esporre casse per la raccolta delle offerte nei negozi e nelle moschee, così come non sarà più possibile chiedere denaro per strada. Il delegato del ministero per gli Affari islamici, Abdelaziz al-Seideri, ha lanciato un appello a tutti i fedeli e agli Imam attraverso l'agenzia di stampa saudita, affinché il denaro raccolto per il Ramadan venga dato solo agli enti caritatevoli autorizzati dal governo.
Hazma Boccolini

giovedì 20 settembre 2007

L'Ucoii chiede elezioni in moschea

Musulmani alle urne!
Non hanno fondato un loro partito, anzi hanno un problema di leadership. E Hamza Piccardo, ex portavoce dell'Unione delle comunità islamiche in Italia, prova a uscire dall'impasse con una lettera aperta a Giuliano Amato a cui propone una soluzione «per definire la rappresentanza dei musulmani».
Individua lo strumento in una «consultazione di massa» che permetta di individuare coloro che possano «seriamente e compiutamente» rappresentare la «umma dei credenti».
Ma lo comunica al ministro dell'Interno, firmandosi come «direttore di islamonline.it», il suo sito web personale.
All'attuale portavoce dell'Ucoii, Izzedine El Zir, l'idea non dispiace: «È una scelta democratica e come tale non può che vederci d'accordo», dichiara a Libero, escludendo che si tratti di una presa di posizione polemica da parte di Piccardo nei confronti dei vertici del gruppo.
Certo, così come sono ridotte, le moschee italiane non possono aspirare a un'intesa con lo Stato. Divise al loro interno, come dimostrano le passate vicende del Consiglio islamico d'Italia, hanno ormai abbandonato ogni progetto di riconoscimento da parte delle istituzioni. Rimane la Consulta per l'islam, istituita dal predecessore di Amato, Beppe Pisanu, durante il governo Berlusconi.
Ma Piccardo scrive che sarebbe da «ringraziare e mandare a casa». Per Yahya Pallavicini, rappresentante della Coreis nell'organismo che si riunisce al Viminale, invece, ha dimostrato l'esistenza di voci diverse dal fondamentalismo di marca Ucoii. E boccia la proposta di Piccardo giudicandola «coerente con la sua impostazione politica dell'islam. Ma è incoerente secondo la prospettiva di chi vuole cercare un rapporto tra le confessioni religiose e lo Stato, come prevede la costituzione italiana».
Se nel frattempo l'intesa segna il passo, Pallavicini propone di «iniziare ad avviare trattative con chi ha mostrato responsabilità, lasciando fuori chi vuole strumentalizzare le masse».
Ma, sull'opportunità di scegliere un sultano con cui mettersi al tavolo, non sono d'accordo nemmeno i politici.
Isabella Bertolini, vicepresidente dei deputati di Forza Italia, contesta la rappresentatività a «chi non riconosce ad Israele il diritto di esistere, chi ritiene legittimo in guerra mozzare le teste ai propri nemici, chi giustifica il martirio dei kamikaze».
E Alfredo Mantovano, di An - peraltro citato da Piccardo nella lettera ad Amato - ricorda che la «gran parte dei musulmani presenti in Italia non aderisce ad alcuna associazione», ciò che fa apparire ingiustificata la richiesta dell'Ucoii a firmare l'intesa a nome di tutti.

Andrea Morigi - Libero

sabato 11 agosto 2007

L'Europa che non vuole diventare islamica

Crediamo che sia un dovere dare il massimo della informazione possibile alla manifestazione organizzata dalla Danimarca e da molti altri Paesi dell’Ue contro l’islamizzazione dell’Europa il prossimo 11 settembre a Bruxelles davanti al Parlamento Europeo. Stop Islamisation of Europe (Sioe) è un’alleanza fra popoli in tutta Europa, uniti all’unico scopo di impedire all’islam di diventare una forza politica dominante sul Continente. Vi si è associata una grande massa di inglesi al grido: «No Sharia Here», gente che vuole mantenere la legge di Sua Maestà e fermare l’avanzata strisciante della sharia in Inghilterra.
Pur dando questa informazione noi vogliamo però anche dire con assoluta chiarezza che siamo sicuri che non si otterrà nulla. Riassumiamo i motivi più evidenti dell’inevitabile fallimento, più che altro allo scopo di far comprendere quanto sia tragica la situazione dell’Europa. Prima di tutto la scelta di Bruxelles. Questo significa che gli organizzatori non hanno capito quale sia la causa fondamentale, anzi l’unica, della islamizzazione dell’Europa. L’Unione europea è stata costruita appositamente a questo scopo: rendere agevole ai musulmani invadere l’Occidente giungendovi da tutte le parti, occupandone un 20% in Svezia, un 15% in Danimarca, un 30% in Gran Bretagna e così via. Insomma, non ci vuole molto a capirlo: se si vuole allagare un territorio, per prima cosa si tolgono le dighe. È proprio questo che è stato fatto: si sono tolte le dighe fisiche, psichiche, culturali, abolendo i confini fra gli Stati sia per le persone sia per le merci, eliminando le differenze monetarie, eleggendo due lingue ufficiali, l’inglese e il francese, le più note agli immigrati provenienti dall’Africa e dall’Asia, quasi tutti ovviamente musulmani.
È stato condannato come gravissimo peccato morale e politico il cosiddetto «nazionalismo», così che ai popoli d’Occidente, creatori degli Stati nazionali, è stata tolta l’unica passione che poteva spingerli a difendersi dalla invasione di stranieri: la Patria. La violenza con la quale i governanti hanno imposto ai propri sudditi questo comportamento è stata etichettata, da una parte come virtù di solidarietà e dovere verso i poveri, e dall’altra, incuranti della contraddizione, come sistema per aumentare il patrimonio europeo in denaro, in mercato, in competitività, in bassa forza lavoro, innalzando a Divinità assoluta la libertà degli scambi, delle commistioni, delle «integrazioni».
Questa è l’unica, vera motivazione della costruzione che porta il nome di Unione Europea: togliere agli europei il senso della proprietà, la percezione di avere diritto a possedere una qualsiasi cosa, a cominciare dal territorio sul quale vivono e per il quale hanno tante volte combattuto e sono morti; di conseguenza, non possedere né istituzioni nazionali, né moneta, né banche, né governanti, né storia, né religione propria, ma al contrario abituarsi a considerare appartenente agli stranieri, a coloro che se ne appropriano, tutto quello che si riteneva appartenesse agli europei, inclusi ovviamente il diritto, i costumi, i valori, la religione.
Se non ci si convince di questo, ossia che la Ue è stata voluta dai governanti per espropriare i cittadini, e non ci si convince quindi che ogni Stato deve prendere immediatamente tutte le decisioni indispensabili per salvaguardare la propria sopravvivenza come nazione libera, come territorio che porta un nome e che appartiene ai cittadini che ne hanno formato la storia, la lingua, la tradizione religiosa, qualsiasi protesta, anche se degna del massimo rispetto, rivolta a Bruxelles, non serve a nulla. Inoltre gli Stati che formano l’Unione Europea sono tutti molto diversi gli uni dagli altri e i bisogni dell’uno non sono affatto simili a quelli dell'altro. L’Italia, per la sua conformazione geografica, per la sua storia linguistica (la Chiesa sembra aver dimenticato che il latino di cui si è servita per quasi duemila anni, era la lingua dei Romani), artistica, scientifica, per la sua eccessiva densità demografica e la fragilità del suo territorio ha assoluto bisogno che si dichiari subito esclusa dal patto di Schengen, chiudendo tutti i confini e informando a gran voce coloro che da ogni parte del mondo si apprestano a venire in Italia che non sarà ammesso più nessuno, per nessun motivo. Inoltre l’Italia è sede della Città del Vaticano e del capo della Chiesa cattolica. Questo significa che il prossimo, inevitabile conflitto con l’islam la vedrà in prima fila, che lo voglia o no, salvo che si dichiari subito sottomessa al volere musulmano e traditrice del Cristo, cosa di cui saremo costretti a convincerci se guardiamo al comportamento tenuto fino a oggi sia dai governanti sia dal clero.
Il silenzio del clero è impressionante. Cominciare a parlare adesso, come abbiamo visto fare con timide allusioni in questi giorni, se non fosse tragicamente doloroso, sarebbe perfino ridicolo, in quanto era tutto prevedibile da almeno 15 anni. La colpa più grave di coloro che hanno responsabilità di governo, ivi inclusa la gerarchia ecclesiastica, è quella di non prevedere le conseguenze delle proprie decisioni e di non fermarsi neanche un attimo a riflettere sul futuro di quei milioni di persone che hanno loro affidato la propria patria, il futuro dei propri figli, i propri beni, la propria storia, la propria religione.
«L’Occidente diventerà il Sud-Oriente. Capirne i processi sarebbe stato lo studio preliminare che i promotori dell’Unione avrebbero dovuto fare. Il fatto però che si sia dato per scontato che l’Occidente europeo, ossia la cultura nordista, avrebbe conquistato e annesso il sud-est, ampliando smisuratamente il suo territorio, il suo mercato, la forza del Continente, questo è il gesto più sconsiderato e sicuramente perdente che i politici-economisti abbiano compiuto. Perché, come è evidente, è il sud-est afro-asiatico che si sta annettendo il nord europeo, non il contrario.
L’Occidente si sofferma spesso a domandarsi come mai si sia estinto l’Antico Egitto, come abbiano potuto sparire gli Etruschi, come abbiano fatto a disintegrarsi di colpo gli Aztechi, i Maya. Domande inutili tanto quanto quelle che fra poco rivolgeranno a se stessi gli storici chiedendosi come ha fatto a sparire di colpo la cultura europea. Non sono le conquiste degli eserciti nemici, perché queste non riescono mai di per sé, neanche con gli stermini di massa, a distruggere una civiltà. È la perdita di senso che la conquista inesorabilmente comporta, a far sparire all’improvviso anche la più forte delle civiltà. È quello che sta succedendo all’Unione Europea.
L’eliminazione delle differenze, con l’omologazione, decisa a tavolino ma di fatto impossibile, di popoli totalmente diversi, sta già portando con rapido vortice al baratro del non-senso e si concluderà con la fine della cultura occidentale nella sua forma autentica - quella europea - e l’installazione di una cultura tribale di 1500 anni fa, quella islamica, che non può cambiare perché è fondata sul Corano, ossia sulle prescrizioni magiche (riprese da quelle dettate da Mosè nei primi cinque libri dell’Antico Testamento) che si ritrovano più o meno simili nelle tradizioni mitiche di origine di ogni popolo. Gesù aveva cancellato tutte quelle dell’Antico Testamento semplicemente agendo senza tenerne conto. È l’unica maniera intelligente per non discutere all’infinito di cose che i popoli amano conservare, malgrado spesso non le conoscano affatto e comunque non le mettano in atto. Per i musulmani non è così perché la loro cultura è “stare fermi”, o meglio: conquistare e possedere il mondo tenendo ferma la religione.
La fine della cultura europea sarà la fine del Cristianesimo come religione, che si terrà contento delle sue tradizioni e delle sue opere di carità, finalmente libero da quella Figura inspiegabile, tanto facile da predicare ma quasi impossibile da capire e da imitare che è Gesù di Nazaret. Aver ridotto il Cristianesimo alle opere di bene, è l’operazione più banale e più ottusa che la Chiesa odierna abbia compiuto; una operazione che non ha nulla a che fare con la religione, ma che ha così concesso il massimo spazio a una religione che non finge di non essere religione, ma anzi sottolinea il suo essere esclusivamente religione: l’Islamismo».
(Dal saggio Contro l’Europa pubblicato nel 1997, qui citato esclusivamente come prova che i pensieri e gli scopi dei politici e dei governanti possono essere facilmente previsti, e soltanto allora combattuti.) Ida Magli.

sabato 4 agosto 2007

Padova, i musulmani vogliono il venerdì libero. Di questo passo che cosa vorranno ancora?

L’associazione islamica chiede alle aziende di concedere ai lavoratori almeno quattro ore libere per pregare e riposarsi come impone il Corano
Pare che alla Triplice manchi un venerdì. Già, Cgil, Cisl e Uil presto potrebbero fare i conti con le nuove istanze dei lavoratori di fede islamica che, al venerdì, vorrebbero dedicare più tempo alla preghiera, come impone loro il Corano. Quel venerdì che, a quanto è dato sapere, al momento non è mai rientrato nelle trattative contrattuali portate avanti da Epifani, Bonanni e Angeletti. A ricordare loro questa esigenza hanno provveduto i musulmani di Padova, felici per essere vicini al traguardo della realizzazione di altre tre moschee in provincia previste entro Natale(a Cadoneghe, Saletto e Vigodarzere), ma un po’ tristi per non vedere riconosciuto il proprio giorno sacro.«Stiamo iniziando una trattativa - ha dichiarato al Gazzettino Omar Osman, presidente della Lega africana islamica di Padova - con alcune grandi imprese della zona industriale per chiedere la possibilità che i nostri fratelli impiegati in quelle aziende, durante il nostro giorno sacro, il venerdì, possano riposare e pregare, almeno per quattro ore».Tenuto conto dei ritmi di lavoro delle fabbriche venete, oltre che della necessità che alcune commesse vengano consegnate al cliente entro scadenze brucianti, è facile immaginare che queste istanze non abbiano grandissime possibilità di essere accolte. Nonostante le proposte alternative formulate da Osman nella versione di sindacalista: «Il tempo potrebbe essere recuperato negli altri giorni - spiega - magari aggiungendo un’ora ai turni lavorativi settimanali. Alcuni fedeli hanno già posto questa domanda ai loro datori di lavoro e adesso stiamo vedendo se è praticabile la strada di una raccolta firme attraverso la quale estendere questa iniziativa alle associazioni di categoria a livello nazionale».Non è una boutade di mezza estate, è una proposta più che concreta. Tra Veneto e Friuli Venezia Giulia, i musulmani praticanti hanno superato le 50 mila unità, mentre le moschee o, comunque, le strutture usate per incontri di preghiera, sono 120. Non è che i musulmani, in caso di sciopero mirato, possano mettere in ginocchio l’economia del Nordest, però si comincia a parlare di numeri significativi. A Padova e a Treviso, in particolare, la loro presenza è particolarmente diffusa nelle piccole e medie industrie.In attesa di un pronunciamento ufficiale alla prossima trattativa contrattuale di Cgil, Cisl e Uil, i musulmani padovani annunciano di essere molto vicini alla realizzazione di tre nuove moschee, tipo tensostrutture, di 200 metri quadri l’una. «Non chiediamo finanziamenti pubblici», concede Osman, salvo poi scivolare in una provocazione che nemmeno gli estremisti del relativismo riuscirebbero a digerire, e cioè l’istituzione di un non meglio precisato «tribunale amministrativo islamico-italiano». Messa giù così, il venerdì che manca alla Triplice resterà nel libro dei sogni (islamici) ancora per un bel po’.
il Giornale

mercoledì 1 agosto 2007

La droga finanzia i terroristi islamici

Dagli spinelli alle bombe un'unica scia di fumo. I gruppi salafiti, come quelli responsabili delle stragi di Madrid, si finanziano vendendo hashish. La criminalità internazionale sta investendo fortemente in Africa sia come terreno di coltivazione, sia impiantando laboratori di trasformazione con manodopera a basso costo

Si fa presto a chiamarla "droga leggera". Quando invece è ormai assurta a moneta di scambio nello sfruttamento della prostituzione ed è fonte primaria nel finanziamento del terrorismo internazionale. Dentro a uno spinello, a una canna, infatti, c'è tutto questo.
Perché dal campesino boliviano allo spacciatore sotto casa la filiera è scandita da accordi che coinvolgono la mafia siciliana e i governanti corrotti dei Paesi più poveri, i boss della 'ndragheta calabrese e i gregari di al-Qaeda. Non è un caso che con i proventi dello spaccio di hashish siano stati finanziati gli attentati dell'11 marzo di Madrid: 200 morti nelle stragi alle stazioni.
Ma tutto questo l'adolescente che va a comprare un grammo di "fumo" dal ragazzetto sveglio del quartiere probabilmente non lo sa. E spesso non lo sa neanche il singolo spacciatore, ultimo anello di un sistema a compartimenti stagni. In fondo sarebbe uno svago innocente, stando a quel che assicurano veline e imprenditori (ricorda nulla "Vallettopoli"?) sorpresi in discoteca a tirare di coca nei privè dei locali alla moda: «Sono affari privati e poi non c'è nulla di male», hanno detto più volte in un progressivo allentamento della percezione della responsabilità personale e della pericolosità sociale di certe pratiche.
Chissà cosa direbbero se sapessero che il nuovo orizzonte dei narcos guarda verso l'Africa, dove i narcotrafficanti sudamericani stanno impiantando piantagioni di cannabis e laboratori clandestini, perché i contadini neri costano poco, lavorano sodo e stanno zitti.
«In tale contesto - è scritto in un dossier del governo - si registra il progressivo insediamento delle organizzazioni colombiane nei principali Paesi occidentali africani, primo fra tutti il Senegal dove attraverso società di import-export e di pesca, opportunamente avviate, provvedono al recupero (in mare e a terra), allo stoccaggio e al trasferimento di questa sostanza sul mercato europeo di consumo». Oltre a Senegal, Gambia, Ghana, Niger ia, "l'erba da sballo" cresce copiosa pure in Marocco. Nonostante un significativo calo rispetto al 2004 (-37%) dovuto alle politiche antidroga promosse dalla casa reale, nel regno degli Alawiti viene prodotta la quantità maggiore di hashish che alimenta, per l'80%, il mercato illecito europeo. È lungo questa rotta che si fanno strani incontri.
«Sempre più spesso - racconta un investigatore impegnato in operazioni sotto copertura - quando cerchiamo i boss della droga troviamo i terminali di una qualche cellula islamica». Lo conferma Tlili Lazhar, l'ultimo dei pochi pentiti della jihad di casa nostra: «Per autofinanziarci spacciavamo droga e i soldi ci servivano per l'organizzazione».
E per organizzazione si intende il Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento, sigla magrebina del franchising firmato al-Qaeda. La storia di Lahzar segue il copione di molte altre vite a rischio. L'emigrazione dalla Tunisia, i giorni di duro lavoro come bracciante a Mazara del Vallo, poi operaio a Siena, infine spacciatore di droga in Lombardia, tra Legnano, Milano e Buccinasco. «Il cosiddetto spaccio di droga - ha scritto Loretta Napoleoni, consulente delle Nazioni Unite e tra i massimi esperti mondiali nello studio del finanziamento al terrorismo - proprio recentemente ha visto prevalere l'etnia magrebina, soprattutto, per quanto riguarda il primo livello di consumo, quello della cosiddetta "erba", anche se ormai il fenomeno si sta fisiologicamente dilatando e potrebbe raggiungere presto il controllo del più interessante, in termini economici, smercio della cocaina».
Le stime dell'Unodc (l'agenzia Onu sulle droghe e la criminalità) indicano in 1.070 tonnellate la produzione totale marocchina del 2005, proveniente da 72.500 ettari di coltivazioni di cannabis concentrate, soprattutto, nella zona del Rif (un'area montuosa del Nord). La maggior parte dell'hashish marocchino viene fatto transitare in Spagna (297 tonnellate sequestrate al 30 giugno del 2006) attra verso lo stretto di Gibilterra dalle stesse organizzazioni locali e lì stoccato in enormi quantitativi. L'ultimo episodio è del 19 luglio: la polizia di Milano ha sequestrato un carico di 440 chili di hashish partito dal Marocco e diretto in Italia.
Il Tir, intercettato in Spagna, è stato pedinato fino all'arrivo in Lombardia. Alla partenza era stato caricato con 1.800 chili di stupefacente, ma a Milano ne sono arrivati 440. Per ogni grammo consumato c'è una famiglia povera che a un futuro di coltivazioni "normali" preferisce, e qualche volta non gli viene concessa altra scelta, il guadagno immediato dalle produzioni fuorilegge, tanto più se queste contribuiscono alla causa di una qualche fazione islamica.
Sono moltissimi i Paesi, tra quelli sudamericani, africani ed asiatici dove la pianta cresce spontaneamente. Una stima della produzione globale dei due più comuni derivati della cannabis (marijuana e hashish) è stata tentata dall'Unodc sulla base delle piantagioni individuate e dei sequestri effettuati: a 45.000 mila tonnellate corrisponde la produzione di marijuana e 7.500 tonnellate quella dell'hashish. Mettendo in fila i dati delle forze dell'ordine se ne ricava che nel corso del 2006 il mercato italiano sia stato alimentato prevalentemente dalla cocaina prodotta in Colombia, dall'eroina afgana, dalle droghe sintetiche provenienti per lo più dall'Olanda, dall'hashish marocchino e dalla marijuana albanese.Dal Paese delle Aquile una volta arrivavano gommoni carichi di clandestini e sigarette. Non più.
Perché mafie italiane ed albanesi grazie alla droga hanno siglato un contratto che consente a entrambe di fare affari senza invasioni di campo. Nel 2006 sono state sequestrate 5,4 tonnellate di marijuana, in gran parte "Made in Albania". Una volta giunta in Italia, principalmente sulle coste salentine con il supporto delle organizzazioni criminali locali, la cannabis albanese viene recapitata sull'intero territorio nazionale attraverso i grossisti siciliani e calabresi.
È in questo caso che lo spinello alimenta soprattutto il mercato dei nuovi schiavi. Il patto tra cosche schipetare, Cosa nostra e 'ndrangheta è collaudato: «I clan italiani - spiegano dalla Direzione investigativa antimafia - ottengono la droga che poi rivenderanno "al dettaglio", gli albanesi in cambio hanno il permesso di gestire lo sfruttamento delle migliaia di donne dell'est". Se volete chiamatela ancora "droga leggera".

L’Avvenire

giovedì 26 luglio 2007

Italia nel mirino del terrorismo islamico salafita

"C'e' un particolare attivismo delle cellule di matrice salafita collegate in qualche modo alla rete internazionale di Al Qaida".
L'allarme arriva dal capo dello Polizia, prefetto Antonio Manganelli, nel corso dell'audizione davanti alla commissione Affari costituzionali della Camera.
È questa una delle "novita'" nell'attuale scenario di contrasto alle minacce legate al terrorismo internazionale di matrice ilamica. Una offensiva che, ha spiegato il prefetto, "si e' tradotta nel deterioramento della situazione in alcuni Paesi del Nord Africa".
Il timore di Manganelli e' "che i nostri vicini di casa possano riservare delle attenzioni anche al nostro paese". Il capo della polizia ha spiegato che l'Italia, come anche altri Stati occidentali, e' spesso "oggetto di invettive" che danno vita a preoccupazione su eventuali rischi.
Manganelli, citando materiale della propaganda e di ideologi fondamentalisti, ha parlato di "sistema" e non di "organizzazione".
"Non esiste - ha spiegato il prefetto - un'organizzazione operativa strutturata come Cosa Nostra che ha le sue filiali ufficiali nei vari paesi" ma un sistema di cellule altrettanto pericoloso che usano il marchio di Al Qaeda "come una sorta di franchising".
Sulla cellula scoperta a Perugina, il capo della Polizia ha spiegato che "si era organizzata quanto meno per l'addestramento, si davano istruzioni per l'uso che andavano dalla difesa personale fino ad elementi chimici compatibili con la composizione di esplosivi".
Un modus operandi, ha concluso Manganelli, "simile a quello riscontrato nei progetti di attentati di Londra, dove non si usa tanto trasportare tritolo o dinamite, ma viene utilizzata una miscela di prodotti legali, come fertilizzanti ed altro, acquistabili anche al supermarket".

mercoledì 25 luglio 2007

Moschee, la mappa dei predicatori dell’odio in Italia

La rete della violenza integralista attraversa tutto il Paese
Per ovvi motivi non entreremo nei dettagli delle dodici inchieste più delicate sui predicatori d’odio e sulle moschee monitorate in queste ore per proselitismo alla jihad.
Ci limiteremo, sfogliando l’aggiornato dossier dell’Antiterrorismo, a dare un quadro d’insieme sui centri islamici e i luoghi di culto dove la religione talvolta è mera copertura, la preghiera una scusa per l’indottrinamento alla guerra santa.Partiamo da Perugia, dov’è finito dentro l’imam di Ponte Felcino, uno dei tanti religiosi che nei loro sermoni prendono ispirazione dai cattivi maestri pro Bin Laden come Abu Qatada, Omar Bakri e Abu Hamza al Masri.
Il capoluogo umbro dove all’università per stranieri studiava un certo Ali Agca è considerato la culla degli imam itineranti pakistani, ortodossi del Tablig Eddawan (presenti anche a Desio), otto dei quali sono stati espuslsi due anni fa.
I centri di preghiera, ufficiali e no, sono difficili da censire. C’è tensione tra i frequentatori per la spinta integralista che ha costretto l’imam Abdel Qader a chiudere temporanemante la moschea e a respingere le minacce di colleghi fondamentalisti.
Tra le moschee nel mirino c’è ancora Cremona dove l’ex imam Mourad Trabelsi è stato condannato a sette anni. Precedentemente in cella ci finì il predicatore itinerante Mohamed Rafik (reclutava kamikaze per l’Irak) mentre il terzo ex imam della filanda in via Massarotti, il marocchino Ahmed El Bouhali (già arrestato nel 1998) dopo il proscioglimento è morto combattendo in Afghanistan.
MILANO CROCEVIA RADICALE
Milano e la Lombardia restano il crocevia delle inchieste più importanti. Sott’inchiesta, per le rivelazioni del pentito Riadh Jelassi, l’imam di viale Jenner, Abu Imad («ci faceva il lavaggio del cervello») parigrado del noto Abu Omar, imam di via Quaranta, che il pm Armando Spataro ha definito «capo terrorista». Un altro pentito, Thili Lazhar, ha spiegato come in viale Jenner venivano istruiti i futuri kamikaze.
Il filo del terrore che si dipana attraverso molti frequentatori delle moschee milanesi porta agli attentatori dell’11 settembre, a quelli della stazione di Madrid (vedi Osman Rabei), ai mujaheddin legati ad Al Qaida (tra i tanti l’egiziano Abdelkaer Es Sayed, l’algerino Hafed Remadna, segretario dell’imam di viale Jenner).
Occhi puntati su Segrate tra i frequentatori della moschea guidata da quell’Ali Abu Shawima che ha recentemente lamentato una cattiva stampa dopo l’esternazione sull’Italia «che sarà convertita all’Islam entro dieci anni», e a Gallarate dove la moschea è stata chiusa tempo fa e dove si scava tra i contatti dell’ex imam Mohammed El Mafoudi, noto per le sue prediche al vetriolo, arrestato per terrorismo nel 2003 e poi assolto.
A Varese la rocambolesca assoluzione dell’ex imam Abdelmajid Zergout ha fatto esplodere polemiche per la sua possibile espulsione al pari del predecessore, Abou Ayoub; a Brescia la condanna di Kamel Hamroudi ha riacceso i fari su almeno quattro imam a lui collegati, mentre a Como si continua a lavorare sui seguaci di un altro imam espulso nel 2004, Ben Mohamed.Chi ha lasciato dietro di sé emuli pericolosi sono l’ex imam torinese Ebid Abdel Aalil (arrestato per gli attentati a Luxor nel ’97) e il macellaio Bourika Bouchta, l’ex imam di Porta Palazzo che pubblicamente esaltava Osama, espulso a settembre 2005: l’Antiterrorismo spulcia tra i fedeli della moschea di via Cottolengo, famosa per le prediche anti-occidentali dell’imam Khohaila («gli infedeli vanno uccisi») in quelle di San Salvario rette da Mahmod Sinasi nonché tra i religiosi vicini al predicatore senza moschea, Abdoul Qadir Fall Mamour, noto come l’imam di Carmagnola, espulso a novembre 2003.
Stesso discorso per Vercelli, con gli sviluppi delle indagini sulla moschea avviate nel giugno 2005. Poi si passa a Como, ancora regno dell’imam (espulso) Snoussi Hassine Ben Mohammed, e a Bergamo, nell’entourage religioso di via Cenisio del ricercato Abou Britel El Passim, il cui indirizzo spuntò negli archivi di Al Qaida a Kabul. Altro capitolo ritenuto «investigativamente interessante» è quello di Verona dove si studiano i sermoni dell’imam Wagdy Ghoneim, quello che lo scorso marzo avrebbe invitato i fedeli musulmani «a governare le donne come le pecore perché stupide quanto le bestie».
In Veneto l’attenzione è sui luoghi di culto di Vicenza e tra Badia Polesine e Motta di Livenza (dove già sono emersi legami con gruppi terroristici di matrice salafita) e in quel di Bassano dove l’imam Ezzedin Fatnassi è stato perquisito dalla Digos. Sulla costruzione della nuova moschea guidata dall’imam Feres Jabareen a Colle Val d’Elsa, Siena (che condannò l’esecuzione di Saddam), l’Antiterrorismo da mesi segue l’attivismo di alcuni religiosi già collegati a Rachid Mamri, l’ex imam fiorentino di Sorgane, accusato di contiguità con terroristi marocchini, ritenuto il capo-reclutatore della cellula toscana, ma assolto a gennaio 2006.
FANATICI DEL CENTRO-SUD
Scendeno per lo Stivale, altro sito «sensibile» è la moschea di Sassuolo di via Cavour che ad aprile ha ospitato i predicatori d’odio Sheik Rajab Zaki e Al Barr, e la moschea El Nur di Bologna vicina alle posizioni del leader Abu Qatada.
Sott’inchiesta a Milano c’è finita anche la moschea di Carpi mentre a Reggio Emilia i controlli si sono intensificati dopo il corteo contro le «vignette di Satana» guidato dall’imam Mahamed Ahmad. Passando per Roma, dove si lavora sugli orfani dell’imam Hemman Abdelkrini espulso dopo le omelie pro Hamas, polizia e carabinieri puntano su sedici centri religiosi (tra questi Centocelle dell’imam Samir Khaldi, nel quale si recò Hamdi Adus Issac, ricercato per le bombe di Londra).
Scendendo ancora si passa per Latina e per una decina di moschee campane, dove tengono banco i sostenitori dell’ex indagato Gasry Macine, già imam della moschea di Aversa, o a Napoli dove l’ex imam Macine Nacer Ahmed è finito in manette due settimane fa a Parigi. È fitto l’elenco è fitto di accertamenti in corso sui predicatori d’odio in Puglia (Bari e Taranto), Calabria, soprattutto in Sicilia con l’enclave di Mazara del Vallo dove il moderato imam, Sta Outi Toutaoni, deve guardarsi dalle nuove leve radicali che predicando la jihad e, diffondendo l’odio, raccolgono un inarrestabile consenso.

Gian Marco Chiocci – Il Giornale