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martedì 23 settembre 2008

Testamento biologico, Eminenza, qui la cosa non funziona

Il capo dei vescovi molla una posizione strategica sul tema della vita

Eminentissimo e reverendissimo cardinal Bagnasco, stavolta non siamo proprio d’accordo.
La sua di ieri fu una prolusione buona e onesta, ma la parte relativa al testamento biologico, altrimenti detto dichiarazioni o direttive anticipate, dava l’impressione di una rinuncia.
Di più, le sue parole di accettazione del testamento biologico davano l’impressione di una risposta intimidita e confusa a una cultura postmoderna che si mangiucchia pezzo per pezzo non tanto, ciò che non è la nostra specialità, la dottrina della chiesa, quanto ciò che resta della resistenza culturale al relativismo soggettivista.
Se abbiamo capito bene, al di là dei dettagli e delle interpretazioni, il cuore del suo intervento sul caso di Eluana Englaro, e la sua novità, è in questo: fate pure una legge in cui si registri come norma universalmente valida la volontà soggettiva sul tema di come si desidera morire.
La vita è un tabù, nel senso che è un mistero.
Nel mondo liberale figlio della cultura creaturale giudeo-cristiana e del suo concetto di persona titolare di diritti innati, “life, liberty and the pursuit of happyness”, la vita è un dogma costituzionale. Se le cose stessero altrimenti e laddove effettivamente stanno altrimenti, della vita si potrebbe fare, e si fa in effetti, quel che si decide di fare di volta in volta, in base a considerazioni di arbitrio soggettivo che si fanno legge, cultura, norma giuridica e morale.
Al servizio anche della morte, se necessario, come nei casi dell’aborto volontario e dell’eutanasia. Se su questo fronte la chiesa cattolica tiene, tutto tiene, in un certo senso.
I tabù sono fatti anche per essere elusi o violati o trasgrediti. Ma abbatterli e proclamarli morti e sepolti di fronte al mondo equivale ad abbattere il mistero, che è il pane della fede e della comunione liturgica nella chiesa, se non erriamo.
Per quanto ci riguarda, peggio ancora, equivale a recidere quel “legame” di intelletto e d’amore che dà senso a una civiltà liberale e alla libertà.
Equivale a trasformarla piano piano, passo dopo passo, in una democrazia libertaria su fondamento ateo e materialista.
Puoi rifiutare una cura e lasciarti morire.
E’ un fatto. Ma una legge che stabilisca questo fatto come diritto è un’altra cosa.
Se la legge sia accettata e filtrata dal pensiero cristiano, è un’altra cosa ancora.

fonte: Il Foglio

sabato 6 settembre 2008

«Io, nel ghetto cristiano dove gli emiri vietano di suonare le campane»

La sua diocesi copre tutta la penisola arabica. I suoi fedeli parlano tagalog, indi, urdu, arabo, inglese e cingalese. Le sue parrocchie non hanno croci, né campanili: bisogna stare attenti a non «offendere» i vicini musulmani. Niente campane per annunciare la messa. Niente processioni per le strade. È vietato.
Si muove in questo contesto l’arcivescovo Paul Hinder, dal 2005 vicario apostolico per l'Arabia, pastore della comunità cattolica in terra d’islam: Emirati Arabi Uniti, Oman, Qatar, Bahrain, Yemen e infine Arabia Saudita. Cappuccino, 66 anni, svizzero, monsignor Hinder guida circa due milioni di cattolici di 90 diverse nazionalità. Vive ad Abu Dhabi. Il suo ufficio è «vicino ad una delle più grandi moschee del Paese».
In un momento in cui è ai massimi livelli l’allarme per la persecuzione dei cristiani nel mondo, il vescovo d’Arabia racconta al Giornale la «libertà condizionata» dei cattolici in questo angolo di Medio Oriente. Dove, nonostante divieti e discriminazioni, «la comunità cresce ed è vitale».
Eccellenza, dopo le violenze in India, il Vaticano ha parlato di «cristianofobia» diffusa.
«Molto spesso la “cristianofobia” parte da condizioni sociali, economiche e politiche concrete. In tali situazioni la religione può essere strumentalizzata, senza essere la vera ragione di un conflitto. Ci vuole sempre un capro espiatorio. Come in India».
E nel mondo islamico, dove vive?
«Qui non parlerei di una “cristianofobia” generalizzata, anche se accomunare una certa politica occidentale con i cristiani può creare danno a tanti come in Irak o in Pakistan. Per questo guardiamo con apprensione ad una possibile guerra contro l’Iran, che potrebbe avere gravi ripercussioni per la convivenza».
Nella penisola araba vi è persecuzione religiosa?
«Bisogna fare una distinzione tra libertà religiosa e di culto. In Bahrain, Qatar, negli Emirati i cristiani sono liberi di professare nei compound adibiti al culto, dove si svolgono tutte le attività parrocchiali. Non c'è però libertà religiosa, perché non puoi decidere quale credo seguire: un musulmano non potrà mai convertirsi. Si tratta di una libertà condizionata, ma la comunità cresce».
Nella democratica India si uccidono i cristiani e nell’islamica Arabia il loro numero sale. In India vi è un movente politico dietro la persecuzione, mentre qui i cristiani non ricoprono alcun ruolo pubblico né hanno potere economico. La comunità è costituita al 90^ da immigrati che lavorano nei cantieri dell’Arabia del grande sviluppo edilizio. Quest’anno abbiamo inaugurato la prima chiesa in Qatar. Un evento storico».
Ma in Arabia Saudita si viene arrestati per una Bibbia...
«Questo è l’unico Paese dove non esiste neppure la libertà di culto. I cattolici sono circa 800mila. Non si può diffondere o possedere materiale religioso. Il re Abdallah, però, ha concesso la preghiera in luoghi privati, purché non si rechi disturbo».
In che senso, scusi?
«Ad esempio non possiamo operare o accettare conversioni e ogni rapporto troppo personale con musulmani è visto come sospetto. Il problema è definire con precisione questo confine tra pubblico e privato. In passato erano frequenti le irruzioni della polizia religiosa nelle case dei cristiani. Ora il governo sta cercando di rassicurarci e il fenomeno è molto diminuito».
Proprio da Ryadh arrivano, però, segnali di dialogo
«Credo nella sincerità del re saudita: la sua visita al Papa, gli incontri promossi a Madrid e a La Mecca sono gesti importanti. Il problema è che l’approccio dell’islam è sempre quello di dialogare per farsi conoscere. Non vi è autocritica e per questo è difficile una riforma. I leader religiosi più illuminati purtroppo sono messi a tacere dai fanatici e costretti a vivere sotto protezione. Il cammino è ancora lungo».
fonte: Il Giornale, 31 agosto 2008

lunedì 1 settembre 2008

Islam, così i frati non aiutano il Vangelo: la carità non converte i musulmani

Un campeggio musulmano nel convento francescano di Sassoferrato forse non è che un piccolo episodio fra i tanti che testimonia la rinuncia della Chiesa a far vivere il Vangelo.
I Francescani vantano il loro spirito di carità (oggi si chiama «accoglienza», «dialogo») ma sanno benissimo che lo spirito di carità non converte i musulmani al cristianesimo e che fra poco il Vangelo morirà a causa della morte dei suoi «portatori».
Questa è la durissima verità cui devono riflettere oggi i Religiosi, francescani e non francescani, cui devono riflettere tutti i cristiani, sia i politici che i semplici sudditi, ma soprattutto deve riflettere la Chiesa: o ci si impegna a predicare il Vangelo oppure lo spirito di carità dei Francescani contribuirà a farlo sparire più presto.
Il cristianesimo è in grave crisi. Il cattolicesimo in particolare mostra ferite profonde, sia a livello di credenti, sia e ancor più nelle sue strutture portanti, quelle strutture che fin quasi dalle origini hanno permesso alla Chiesa di radicarsi in Europa e di farsi conoscere ed apprezzare in tutto il mondo.
Parlo, ovviamente, degli Ordini religiosi, dai Benedettini ai Francescani, ai Domenicani, ai Gesuiti, che vedono oggi i loro noviziati quasi del tutto deserti; parlo del clero diocesano che, non soltanto è sempre meno numeroso, ma è privo di mordente, ripiegato stancamente su parole logorate dall'uso e vuote di contenuto.
Parlo delle Suore, un tempo braccio forte delle attività della Chiesa, presenti in tutti i centri nevralgici della società, dalle scuole agli ospedali, in ogni Continente ed oggi costrette a trovare le adepte in India, nelle Filippine, in Africa per non chiudere i loro istituti. Le cifre sono impressionanti: nei quaranta anni del dopo Concilio i religiosi sono passati complessivamente da 329.799 a 214.903 con un calo del 34,83%. I frati minori (francescani appunto) erano nel 1965 27.009 e sono scesi nel 2005 a 15.794 con un calo del 41,52%. I Gesuiti erano, sempre nel 1965, 36.038 e sono diventati nel 2005 19.850.
Le religiose, che sono sempre state 4 volte di più dei religiosi (questo è un dato costante della storia della Chiesa) sono passate nello stesso periodo da 961.264 a 633.675 con un calo del 34,07% (le cifre sono tratte dall'articolo di A. Pardilla nella rivista Testimoni del dicembre 2007).
Da che cosa è provocata questa crisi? È troppo facile addebitarla ai costumi dell'Occidente, alla emancipazione delle donne, al consumismo e alla dissipazione della vita moderna.
I costumi non erano più morigerati ai tempi delle lotte iconoclastiche quando tuttavia i frati non esitavano ad impegnarsi in prima persona contro l'Imperatore per difendere il diritto alle immagini. La moralità non era migliore nei primi secoli dopo il Mille quando per difendere il Vangelo sono scesi in campo San Bernardo, San Francesco, San Domenico.
Per quanto allora fossero spesso gli stessi Papi occasione di scandalo, essi però credevano profondamente nella forza assoluta di Gesù, nella salvezza proveniente dal Vangelo, nel dovere della Chiesa di salvaguardare la novità incomparabile del suo messaggio.
La fragilità degli uomini era una cosa, la fede un'altra. Dunque, oggi, la Chiesa deve guardare prima di tutto a se stessa e chiedersi quali siano i motivi veri del distacco dei credenti, un distacco che è incominciato con il Concilio Vaticano II, quindi proprio nel momento in cui si è deciso di dare impulso al dialogo con le altre confessioni religiose.
Deve chiedersi perciò se questi motivi non si trovino principalmente nel suo aver rinunciato a predicare la specificità del Vangelo, la rottura compiuta da Gesù con l'Antico Testamento, con lo spirito dell'Antico Testamento. L'equivoco terribile del nostro tempo - un equivoco che ha pervaso tutti gli aspetti della cultura e della vita sociale - è che bisogna essere uguali per non farsi la guerra.
Questo significa che non crediamo affatto al messaggio d'amore di Gesù, visto che invece è proprio mantenendo le differenze che dimostriamo di saperci amare. D'altra parte certamente non sono i conciliaboli teologici o liturgici a poterci avvicinare ai credenti nell'Antico Testamento e quindi nel Corano.
La cultura discesa da Roma e dal Vangelo è quella che ha informato di sé la lingua, il diritto, l'architettura, la scultura, la pittura, la musica delle nazioni d'Europa ed è questo che conta nella vita dei popoli: lo spirito con il quale hanno incarnato la propria religione. Il Corano vieta le rappresentazioni, vieta le immagini.
Questo significa che non appena i musulmani saranno spiritualmente la maggioranza (in Italia manca poco perché non è tanto questione di numero quanto questione di forza propulsiva) quasi tutta la nostra cultura dovrà essere cancellata. I francescani odiano forse l'Italia?
fonte: il Giornale

venerdì 9 novembre 2007

Non tutto ciò che è legale è morale

"Il dialogo non è un assoluto che sostituisce la verità”.
Affermazione che dovrebbe essere autoevidente, ma drammaticamente non è: nella cultura laica, ma persino in quella ecumenica e interreligiosa. Così che dire: “Essere fedeli alla propria carta d’identità religiosa è il miglior passaporto per entrare nel territorio religioso altrui” diventa un sasso nello stagno di un mondo contemporaneo dominato da “agnosticismo religioso e relativismo etico”.
A lanciarlo non un provocatore qualsiasi, bensì l’ arcivescovo Angelo Amato, segretario della congregazione per la Dottrina per la fede, il numero due del cardinaleWilliam Joseph Levada. Nemmeno la sponda da cui lo lancia è un luogo qualunque: è la prima pagina di ieri dell’Osservatore Romano.
Il dialogo è pratica relativa per eccellenza, richiede interlocutori diversi, che siano però consapevoli della propria “carta d’identità”. Tanto più in una società dove “prevale oggi il pensiero debole, secondo cui tutto sarebbe relativo e pertanto non ci sarebbe una verità delle cose”. Lungi dall’essere questione solo ecclesiale, parlare di un dialogo da attuare con le armi di “verità, carità e libertà” è insomma una sfida culturale che entra diritta, e di diritto, nella battaglia delle idee. Ed è proprio questo che accetta di fare, nell’intervista realizzata ieri da Giampaolo Mattei per il quotidiano della Santa Sede, questo salesiano pugliese e riservato, solido teologo di 69 anni che nel 2002 fu chiamato a sostituire un altro figlio di don Bosco, il cardinale Tarcisio Bertone.
Monsignor Amato risponde a domande cruciali sulle ragioni e gli strumenti del dialogo. Una parola, non teme di lasciar intendere, a volte sopravvalutata, soprattutto nella chiesa. A proposito del dialogo ecumenico, dice ad esempio che per affrontarlo “non si può essere dei dilettanti”. Un colpo di sciabola ai paladini di una visione ecclesiale che, sulle orme del Concilio, ha spesso usato l’aggettivo “ecumenico” per mettere tra parentesi l’aggettivo “cattolico”.
Ma è spiegando come dialogare con la società laica (Amato più esplicitamente parla di uomo “nichilista” e “relativista postmoderno”) che il segretario della congregazione per la Dottrina della fede affronta senza perifrasi alcuni temi decisivi. Ad esempio, quando afferma che in un mondo dominato dal relativismo e che non permette di fare riferimento a norme morali, “di solito si ritiene etico quello che è legale, ad esempio aborto, divorzio”.
Ovviamente dovrebbe essere viceversa; ma non solo: il giudizio di Amato va a interrogare il cuore della cultura laicista, e non per niente un argomento simile è stato molte volte evocato nel dibattito sulle questioni bioetiche.
L’arcivescovo smaschera una pretesa tanto subdola quanto inaccettabile, quella che vorrebbe tracciare per “via legale” la trasformazione in “diritto” di qualcosa che diritto non è: esiste un “diritto” a divorziare, o peggio ad abortire? Dire che ciò che viene sancito da una legge possieda di per sé un “valore etico”, ragiona Amato, equivale nei fatti a liquidare il valore etico opposto.
E’ la storia dei passati decenni, e non è detto che non possa essere messa in discussione. Se ne può dialogare, senza rinunciare alla verità.
Interessanti sono anche le affermazioni a proposito del dialogo con le altre religioni (l’incontro tra Benedetto XVI e il re saudita Abdullah non viene citato, ma evidentemente non è neppure assente). Amato rivendica innanzitutto che vi sia “pari dignità personale degli interlocutori e non dei contenuti”. Si sente profumo di “Dominus Iesus”, e non è un caso: visto che il segretario è stato tra i principali estensori della Dichiarazione firmata da Joseph Ratzinger. C’è consapevolezza che “nell’odierna società multireligiosa si afferma sempre più un pensiero forte, promosso dalle diverse convinzioni religiose”, e Amato saluta positivamente il fenomeno. Ma con sicurezza critica anche “una certa teologia” secondo cui “tutte le religioni sono altrettante vie alla salvezza”. Una visione relativista del dialogo che non è certo quella di Benedetto XVI. E neanche, s’intuisce, del suo autorevole giornale.
il Foglio

giovedì 20 settembre 2007

Choc a scuola, arriva un manuale per piccoli atei

Il testo scritto da un docente per mettere in ridicolo i credenti. Circola in diversi istituti del Nord
Roma - Il titolo è inequivocabile: Il Piccolo Ateo. Il sottotitolo pure: «Anti Catechismo per giovani che non si vogliono fare fregare».
Lo ha messo nero su bianco Calogero Lillo Martorana, napoletano, professore nelle scuole superiori e «ateo razionalista». A dispetto di quel «giovani» che appare sulla copertina si tratta di un testo pensato e scritto per i bambini e i ragazzi delle medie.
Per iniziarli all’ateismo sin dalla più tenera età, mettendo in ridicolo il cattolicesimo. «Lo abbiamo ricevuto da nostri associati e circola in varie scuole del Nord Italia», segnala Barbara Sciarra, capo ufficio stampa del GRIS, il Gruppo cattolico di ricerca e informazione socio-religiosa.
In 52 pagine a caratteri molto grandi il docente ateo cerca di convertire gli alunni lanciando accuse grossolane. «Per “credere” non c’è bisogno né di avere un’istruzione né di avere una testa che pensa; anzi, per credere, l’intelligenza, la saggezza, la razionalità e l’istruzione (quindi la scuola) sono tutte cose dannosissime», scrive Martorana cercando di far passare per ebeti miliardi di credenti.
Come «ottima prova» della non esistenza di Dio, l’autore propone, in venti righe, l’esistenza della sofferenza, mentre poco dopo spiega che è «la paura della morte a farci illudere che c'è Dio».
«La fede - scrive ancora - è proprio una benda sugli occhi, non c’è altro modo per definirla! E non c’è proprio niente di eroico in essa, perché chi si illude così significa che non vuole ragionare, significa che non vuole capire». Qualche altra chicca tratta dal volumetto: «Ci vuole qualcuno per mettere le anime dentro tutti i neonati: e da dove le prendono? C’è una fabbrica? E secondo quali criteri le distribuiscono? E se a qualcuno capita l'anima di un altro?».
Monologhi buoni per un canovaccio da cabaret, se letti da un adulto, che possono però essere subdolamente efficaci su un bambino.Parlando dell’eucaristia, l’autore osserva: «Nella fantasia credulona dei cristiani, “comunione” significa entrare in contatto con Dio; attraverso l’ingoio dell’ostia, i cristiani credono che Dio entri in noi e in tal modo noi diventiamo “vaccinati” contro le tentazioni e sciocchezze simili... La prima comunione, come altre cose simili, serve solo al Vaticano per non perdere i fedeli per strada».
In un altro capitolo, dal titolo inequivoco «Dio ci rende schiavi», il professore ateo scrive: «I cattolici cominciano molto presto le proprie violenze alla tua libertà, col battesimo, iscrivendoti per forza nei loro registri; e poi proseguono minacciando l’Inferno se non fai quello che vogliono loro, ricattandoti col “peccato” che ti costringe ad aver paura di tutto (specialmente del sesso), chiamando “buoni” i cristiani e “cattivi” gli altri, cercando in tutti i modi di renderti servo sciocco di un invisibile dio e di un papa arrogante e autoritario».
Su molte grandi questioni, come il bene e il male, il docente catechizza così i suoi piccoli aspiranti: «Non c’è il male sicuro e non c’è il bene sicuro, tutto dipende da noi, da come noi pensiamo le cose, dall’epoca in cui nasciamo, dalla zona del mondo in cui viviamo, eccetera». Mentre questi sono i consigli sul sesso: «Coi genitori, coi preti e con gli adulti in genere, non potrai mai parlare di sesso!... I genitori che sembrano più “moderni” arrivano a dire che il sesso va fatto solo quando c’è l'amore; ma questo non significa proprio niente, il sesso e l’amore sono due cose distinte, meglio se stanno insieme, ma non è obbligatorio».
Il manualetto si conclude con una carrellata di paragrafetti che contengono una livorosa sintesi di duemila anni di storia e presentano i cristiani sempre come i «cattivi», adossando alla Chiesa cattolica (sic!) persino il genocidio del Ruanda.
Si disprezza la tradizione cristiana
«Si aggredisce brutalmente la tradizione cristiana, disprezzandola per il puro gusto di disprezzarla». È preoccupato il vescovo di San Marino e Montefeltro, monsignor Luigi Negri, dopo aver scorso il manualetto del piccolo ateo che si cerca di diffondere nelle scuole.
La prima reazione?
«Siamo di fronte a un anti cristianesimo becero e alla non volontà di dialogare e di discutere anche mettendo in campo ipotesi alternative a quella cattolica ma suffragate con una consistenza culturale. Mi è sembrata la traduzione stupida e grossolana dell’Enciclopedia degli Illuministi: ha la stessa presunzione, ma con due secoli di usura e un livello infinitamente più basso. Ricordo che Voltaire usava per la sua corrispondenza della carta con stampato in cima al foglio “Distruggete l’infame”. E si riferiva alla Chiesa».
L’autore vuole «convertire» all’ateismo le giovani generazioni...
«Lo stile è quello di chi si rivolge ai bambini, è lavolontà di distruggere la fede inun momento in cui c’è attesa e accoglienza. Proprio in un momento in cui sono cadute le ideologie e viviamo una situazione di debolezza nelle motivazioni e di domanda fortissima da parte dei giovani di esperienze vere e grandi, quella persona non ha saputo fare altro che proporre un surrogato trash di scientismo fai-da-te».
Il Gris sostiene che questa pubblicazione si sta diffondendo nelle scuole del Nord. Perché, secondo lei, questo avviene?
«Queste bassezze si diffondono perché non abbiamo ancora trovato il modo di ridar forza a una tradizione popolare che ha formato la nostra gente e che oggi ci si può permettere di trattare come meno di niente. Il manuale del piccolo ateo è la prova di un disastro antropologico. Oggi trattano così il cattolicesimo, domani potrebbero farlo con qualsiasi altra tradizione religiosa».
il Giornale
Scuola On. Isabella Bertolini: Inaccettabile in aula il manuale ‘il piccolo ateo’ contro il cattolicesimo
È inaccettabile che in alcune scuole italiane sia permesso distribuire e far circolare documenti che discreditano il cattolicesimo e mettono in ridicolo i credenti. L'articolo de Il Giornale denuncia un fatto gravissimo.
Lo affermano i Deputati di Forza Italia fondatori e membri dell'associazione "Valori e Liberta'": Isabella Bertolini, Patrizia Paoletti Tangheroni, Gabriella Carlucci, Simonetta Licastro Scardino, Giuseppe Cossiga.
Abbiamo intenzione – sottolineano i Parlamentari di Forza Italia - di presentare immediatamente un'interrogazione parlamentare indirizzata al ministro Fioroni per indurlo a verificare ed eventualmente bloccare la diffusione di un libercolo gravemente offensivo per il sentimento religioso di migliaia di famiglie italiane.
Ci chiediamo cosa succederebbe se un simile affronto venisse diretto contro l'Islam e i fedeli musulmani. Altro che vignette su Maometto.
Come minimo l'istituto scolastico sarebbe messo a ferro e fuoco e l'autore del documento condannato a morte. Ovviamente non chiediamo reazioni di questo tipo.
Di certo chiederemo al governo che negli istituti scolastici italiani si rispetti il sentimento religioso di centinaia di migliaia di genitori che hanno tutto il diritto di chiedere che i propri ragazzi non vengano traviati e condizionati da testi offensivi e denigratori.

sabato 15 settembre 2007

Parma espugnata dagli islamici

L’altra mattina mi son svegliato e sulla Gazzetta di Parma ho trovato la notizia dell'invasione: una monumentale Mezzaluna sarà issata nella nuova grande rotatoria in allestimento alle porte della città. Non è possibile, mi sono detto, forse sto ancora dormendo, forse è soltanto un sogno o per meglio dire un incubo. Mi stropiccio ben bene e provo a rileggere, chissà che prima non mi sia confuso. No, purtroppo non mi sono sbagliato. In prima pagina il titolo è: «Ecco la Fontana delle Religioni». Sottotitolo: «Nell'opera di Cascella la Croce, la Stella di David e la Mezzaluna».
Il lungo testo, che prosegue all'interno, è un grande spot a favore della scultura, dello scultore e dell'ideologia relativista, al limite dell'islamofilia, che lo anima. Strano.Credevo che la Gazzetta fosse quotidiano confindustriale e borghesissimo, segnato dalla lunga direzione di Baldassarre Molossi, montanelliano dei tempi d'oro. Anche il figlio Giuliano, succeduto al padre nella direzione del giornale, non mi è mai nemmeno lontanamente sembrato amico di imam e muezzin. Anzi, se non ricordo male, a una cena dell'Unione Industriali si spazzolò un bel piatto di salumi.
E allora che cosa è successo? Non è che nottetempo i miliziani di Hamas, dopo essersi impadroniti mitra in pugno di Gaza, si sono infiltrati anche nei gangli del potere parmense? Telefono in comune, timoroso che mi si possa rispondere in arabo. E invece risponde come sempre il portavoce del sindaco Pietro Vignali, lesto ad attribuire l'idea della Mezzaluna all'ex sindaco, Elvio Ubaldi. Ancora più strano: ricordo di aver mangiato a casa Ubaldi uno dei culatelli migliori della mia vita e in quell'occasione l'esponente politico non mi sembrò per niente propenso a rispettare la norma coranica che proibisce severamente il consumo di carne di maiale.
Nota bene: né Vignali né Ubaldi appartengono alla sinistra estrema che tanto si impegna nel tenere aperte le porte all'immigrazione islamica. Di estrazione democristiana, fanno entrambi parte di una lista civica considerata di centrodestra da quasi tutti gli osservatori. Da quasi tutti ma non da me: non basta non essere di sinistra per essere di destra.
Il caso penoso della Fontana delle Religioni dimostra che il civismo (il fenomeno delle liste civiche) tende a degradare nel nichilismo amministrativo, senza politica e senz'anima, ancor più del vecchio partitismo. E guai se queste liste sono democristianoidi: così come la vecchia Dc ha più o meno inconsapevolmente favorito la secolarizzazione dell'Italia, certi post-Dc, da Rosy Bindi ai succitati parmigiani, sembrano voler completare l'opera di affossamento della religione cattolica, forse ignari che la natura non tollera vuoti e che relativizzando Cristo si apre la strada a Maometto.
Ma la chiesa di Parma che fa? Niente, assolutamente niente. La chiesa locale è una chiesa del silenzio, però non come le chiese dei paesi comunisti, obbligate a tacere dalla persecuzione. Qui nessuno minaccia di incarcerare il vescovo o di fucilare i parroci, eppure tutti tengono la bocca chiusa, paghi di praticare quella forma di fede invisibile tanto cara ai dossettiani e quindi a Romano Prodi. E così le chiese di Parma sono mezze vuote e per la verità anche mezze spente, siccome nessun fedele si sogna di accendere le squallide candele elettriche che negli ultimi anni hanno sostituito un po' ovunque, dal santuario della Madonna della Steccata fino a San Giovanni Evangelista, le mistiche candele di cera. Rimane qualche candela vera nella chiesa di San Sepolcro ed è lì che, davanti alla Madonna, ho spesso pregato per la sostituzione del vescovo, malato da tempo e inadeguato da sempre. Monsignor Bonicelli è un problema ben noto in Vaticano ma mentre a Roma discutono sul da farsi, Parma è stata espugnata. Perché l'incredibile Fontana delle Religioni è una bandiera bianca in marmo di Carrara.
In zona i musulmani non sono nemmeno tanti, eppure d'ora in poi si sentiranno invincibili: senza nemmeno chiedere hanno ottenuto l'abbassamento della Croce e l'innalzamento della Mezzaluna, figuriamoci quando aumenteranno di numero e di pretese. «Se tu fiderai negli italiani sempre avrai delusione» scrisse Guicciardini ma davvero non pensavo che l'apostasìa dovesse manifestarsi proprio a Parma, la capitale del prosciutto, una specialità che la sharia (la legge coranica che viene imposta quando i musulmani vanno al potere) proibirebbe inesorabilmente. Ma le vie del masochismo sono infinite.
Camillo Langone - il Giornale

sabato 11 agosto 2007

L'Europa che non vuole diventare islamica

Crediamo che sia un dovere dare il massimo della informazione possibile alla manifestazione organizzata dalla Danimarca e da molti altri Paesi dell’Ue contro l’islamizzazione dell’Europa il prossimo 11 settembre a Bruxelles davanti al Parlamento Europeo. Stop Islamisation of Europe (Sioe) è un’alleanza fra popoli in tutta Europa, uniti all’unico scopo di impedire all’islam di diventare una forza politica dominante sul Continente. Vi si è associata una grande massa di inglesi al grido: «No Sharia Here», gente che vuole mantenere la legge di Sua Maestà e fermare l’avanzata strisciante della sharia in Inghilterra.
Pur dando questa informazione noi vogliamo però anche dire con assoluta chiarezza che siamo sicuri che non si otterrà nulla. Riassumiamo i motivi più evidenti dell’inevitabile fallimento, più che altro allo scopo di far comprendere quanto sia tragica la situazione dell’Europa. Prima di tutto la scelta di Bruxelles. Questo significa che gli organizzatori non hanno capito quale sia la causa fondamentale, anzi l’unica, della islamizzazione dell’Europa. L’Unione europea è stata costruita appositamente a questo scopo: rendere agevole ai musulmani invadere l’Occidente giungendovi da tutte le parti, occupandone un 20% in Svezia, un 15% in Danimarca, un 30% in Gran Bretagna e così via. Insomma, non ci vuole molto a capirlo: se si vuole allagare un territorio, per prima cosa si tolgono le dighe. È proprio questo che è stato fatto: si sono tolte le dighe fisiche, psichiche, culturali, abolendo i confini fra gli Stati sia per le persone sia per le merci, eliminando le differenze monetarie, eleggendo due lingue ufficiali, l’inglese e il francese, le più note agli immigrati provenienti dall’Africa e dall’Asia, quasi tutti ovviamente musulmani.
È stato condannato come gravissimo peccato morale e politico il cosiddetto «nazionalismo», così che ai popoli d’Occidente, creatori degli Stati nazionali, è stata tolta l’unica passione che poteva spingerli a difendersi dalla invasione di stranieri: la Patria. La violenza con la quale i governanti hanno imposto ai propri sudditi questo comportamento è stata etichettata, da una parte come virtù di solidarietà e dovere verso i poveri, e dall’altra, incuranti della contraddizione, come sistema per aumentare il patrimonio europeo in denaro, in mercato, in competitività, in bassa forza lavoro, innalzando a Divinità assoluta la libertà degli scambi, delle commistioni, delle «integrazioni».
Questa è l’unica, vera motivazione della costruzione che porta il nome di Unione Europea: togliere agli europei il senso della proprietà, la percezione di avere diritto a possedere una qualsiasi cosa, a cominciare dal territorio sul quale vivono e per il quale hanno tante volte combattuto e sono morti; di conseguenza, non possedere né istituzioni nazionali, né moneta, né banche, né governanti, né storia, né religione propria, ma al contrario abituarsi a considerare appartenente agli stranieri, a coloro che se ne appropriano, tutto quello che si riteneva appartenesse agli europei, inclusi ovviamente il diritto, i costumi, i valori, la religione.
Se non ci si convince di questo, ossia che la Ue è stata voluta dai governanti per espropriare i cittadini, e non ci si convince quindi che ogni Stato deve prendere immediatamente tutte le decisioni indispensabili per salvaguardare la propria sopravvivenza come nazione libera, come territorio che porta un nome e che appartiene ai cittadini che ne hanno formato la storia, la lingua, la tradizione religiosa, qualsiasi protesta, anche se degna del massimo rispetto, rivolta a Bruxelles, non serve a nulla. Inoltre gli Stati che formano l’Unione Europea sono tutti molto diversi gli uni dagli altri e i bisogni dell’uno non sono affatto simili a quelli dell'altro. L’Italia, per la sua conformazione geografica, per la sua storia linguistica (la Chiesa sembra aver dimenticato che il latino di cui si è servita per quasi duemila anni, era la lingua dei Romani), artistica, scientifica, per la sua eccessiva densità demografica e la fragilità del suo territorio ha assoluto bisogno che si dichiari subito esclusa dal patto di Schengen, chiudendo tutti i confini e informando a gran voce coloro che da ogni parte del mondo si apprestano a venire in Italia che non sarà ammesso più nessuno, per nessun motivo. Inoltre l’Italia è sede della Città del Vaticano e del capo della Chiesa cattolica. Questo significa che il prossimo, inevitabile conflitto con l’islam la vedrà in prima fila, che lo voglia o no, salvo che si dichiari subito sottomessa al volere musulmano e traditrice del Cristo, cosa di cui saremo costretti a convincerci se guardiamo al comportamento tenuto fino a oggi sia dai governanti sia dal clero.
Il silenzio del clero è impressionante. Cominciare a parlare adesso, come abbiamo visto fare con timide allusioni in questi giorni, se non fosse tragicamente doloroso, sarebbe perfino ridicolo, in quanto era tutto prevedibile da almeno 15 anni. La colpa più grave di coloro che hanno responsabilità di governo, ivi inclusa la gerarchia ecclesiastica, è quella di non prevedere le conseguenze delle proprie decisioni e di non fermarsi neanche un attimo a riflettere sul futuro di quei milioni di persone che hanno loro affidato la propria patria, il futuro dei propri figli, i propri beni, la propria storia, la propria religione.
«L’Occidente diventerà il Sud-Oriente. Capirne i processi sarebbe stato lo studio preliminare che i promotori dell’Unione avrebbero dovuto fare. Il fatto però che si sia dato per scontato che l’Occidente europeo, ossia la cultura nordista, avrebbe conquistato e annesso il sud-est, ampliando smisuratamente il suo territorio, il suo mercato, la forza del Continente, questo è il gesto più sconsiderato e sicuramente perdente che i politici-economisti abbiano compiuto. Perché, come è evidente, è il sud-est afro-asiatico che si sta annettendo il nord europeo, non il contrario.
L’Occidente si sofferma spesso a domandarsi come mai si sia estinto l’Antico Egitto, come abbiano potuto sparire gli Etruschi, come abbiano fatto a disintegrarsi di colpo gli Aztechi, i Maya. Domande inutili tanto quanto quelle che fra poco rivolgeranno a se stessi gli storici chiedendosi come ha fatto a sparire di colpo la cultura europea. Non sono le conquiste degli eserciti nemici, perché queste non riescono mai di per sé, neanche con gli stermini di massa, a distruggere una civiltà. È la perdita di senso che la conquista inesorabilmente comporta, a far sparire all’improvviso anche la più forte delle civiltà. È quello che sta succedendo all’Unione Europea.
L’eliminazione delle differenze, con l’omologazione, decisa a tavolino ma di fatto impossibile, di popoli totalmente diversi, sta già portando con rapido vortice al baratro del non-senso e si concluderà con la fine della cultura occidentale nella sua forma autentica - quella europea - e l’installazione di una cultura tribale di 1500 anni fa, quella islamica, che non può cambiare perché è fondata sul Corano, ossia sulle prescrizioni magiche (riprese da quelle dettate da Mosè nei primi cinque libri dell’Antico Testamento) che si ritrovano più o meno simili nelle tradizioni mitiche di origine di ogni popolo. Gesù aveva cancellato tutte quelle dell’Antico Testamento semplicemente agendo senza tenerne conto. È l’unica maniera intelligente per non discutere all’infinito di cose che i popoli amano conservare, malgrado spesso non le conoscano affatto e comunque non le mettano in atto. Per i musulmani non è così perché la loro cultura è “stare fermi”, o meglio: conquistare e possedere il mondo tenendo ferma la religione.
La fine della cultura europea sarà la fine del Cristianesimo come religione, che si terrà contento delle sue tradizioni e delle sue opere di carità, finalmente libero da quella Figura inspiegabile, tanto facile da predicare ma quasi impossibile da capire e da imitare che è Gesù di Nazaret. Aver ridotto il Cristianesimo alle opere di bene, è l’operazione più banale e più ottusa che la Chiesa odierna abbia compiuto; una operazione che non ha nulla a che fare con la religione, ma che ha così concesso il massimo spazio a una religione che non finge di non essere religione, ma anzi sottolinea il suo essere esclusivamente religione: l’Islamismo».
(Dal saggio Contro l’Europa pubblicato nel 1997, qui citato esclusivamente come prova che i pensieri e gli scopi dei politici e dei governanti possono essere facilmente previsti, e soltanto allora combattuti.) Ida Magli.

martedì 31 luglio 2007

Vogliono islamizzare l'Occidente

Ha fatto clamore don Georg Gaenswein, segretario del Papa, il quale ha dichiarato alla Sueddeutsche Zeitung: “I tentativi di islamizzare l’Occidente non vanno taciuti. Ed il pericolo connesso per l’identità dell’Europa non può essere ignorato a causa di una falsa idea del rispetto”. Il prelato ha sottolineato che “la parte cattolica vede molto chiaramente (tale pericolo) e lo dice anche”. Il discorso del Papa a Ratisbona del settembre scorso – ha affermato – “dovrebbe servire a contrastare una certa ingenuità”.
E’ un allarme esagerato? Può apparire tale solo alle “anime belle” che ignorano la storia. Che ci viene ricordata da due storici (peraltro non cattolici). “Per quasi mille anni” ha scritto Bernard Lewis “dal primo sbarco moresco in Spagna al secondo assedio turco di Vienna, l’Europa è stata sotto la costante minaccia dell’Islam”.
Samuel Huntington ha ricordato inoltre che “l’Islam è l’unica civiltà ad aver messo in serio pericolo e per ben due volte, la sopravvivenza dell’Occidente”.
Il Papa conosce molto bene la storia. E anche l’attuale situazione. Fece impressione, al sinodo dei vescovi del 1999, monsignor Giuseppe Bernardini, arcivescovo di Smirne, in Turchia, il quale riferì che, durante un incontro ufficiale di dialogo islamo-cristiano, un’autorevole personalità musulmana si rivolse ai cristiani con queste parole dure e calme: “Grazie alle vostre leggi democratiche vi invaderemo; grazie alle nostre leggi religiose vi domineremo”. Dunque in Vaticano si torna a ricordare quanto il Papa disse a Ratisbona anche se quel discorso scatenò le violente reazioni del mondo islamico.
Finora non era mai stato rievocato, perché, paradossalmente, fu proprio il papa, insultato e minacciato, a doversi quasi scusare con gli intolleranti e i violenti. In quel clima di grave tensione il Vaticano fu indotto a dare il suo “sì” all’ingresso della Turchia nella Ue, contraddicendo quanto Ratzinger aveva sempre sostenuto da cardinale. Anche nei giorni scorsi il Segretario di Stato ha ribadito questa nuova, disastrosa posizione. Il fatto che in Vaticano oggi si torni a citare il discorso di Ratisbona – che, sottolinea La Repubblica, “piacque molto” fra gli addetti ai lavori, come l’ex segretario di stato americano Kissinger - può significare che il Papa tornerà a far prevalere la cautela sulla questione turca?
L’allora cardinal Ratzinger, nell’ottobre 2004, mi diceva che era molto preoccupato per l’ingresso in Europa di un Paese di 70 milioni di musulmani: “l’amicizia e il rispetto sono necessari verso tutti i Paesi, ma inserire la Turchia in Europa mi sembra contraddittorio. Sono proprio la storia, la cultura e la religione ad aver disegnato il confine dell’Europa con la Turchia. Non si possono ignorare tutte queste cose”.
Se è vero, com’è vero, che incombe su di noi una minaccia di islamizzazione, non si vede perché mai si dovrebbe spalancare la porta dell’Europa a un Paese che non è mai stato europeo e che all’apice della sua potenza, in passato, ha ferocemente tentato di invaderci (l’Europa moderna è nata letteralmente opponendosi all’invasione turca).
Un Paese, la Turchia, la cui democraticità è molto discussa, che oggi è governato da un partito islamico, che ancora reprime chi parla del genocidio armeno (il primo del Novecento: un milione e mezzo di cristiani armeni massacrati dai turchi).
Con l’ingresso della Turchia nella UE ci troveremo 70 milioni di islamici in casa. Più islamizzazione di così…Ma in queste ore un’altra voce si è fatta sentire, quella del nuovo capo della polizia Antonio Manganelli il quale, alla Commissione Affari Costituzionali della Camera, ha affermato che il terrorismo internazionale “preoccupa perché l’Italia è oggetto di invettive”. La stessa cosa, giorni fa, aveva detto, nella stessa sede, il capo dei Carabinieri, generale Siazzu.Manganelli indica – come fatto che deve allarmare – l’operazione che ha sbaragliato una presunta cellula che si muoveva attorno alla moschea di Ponte Felcino, a Perugia.
“Il modo di operare dell’imam di Perugia” ha affermato il capo della Polizia “è simile a quello riscontrato nei progetti degli attentati di Londra del 21 luglio 2005, dove non sono stati usati tritolo o dinamite, ma una miscela di prodotti chimici legali, come fertilizzanti ed altro, acquistabili anche al supermarket”.
Il “caso Ponte Felcino” è molto istruttivo. Il paese, alla periferia di Perugia, ha 7 mila abitanti e gli immigrati sono circa il 10 per cento della popolazione. Una percentuale abnorme. E’ in miniatura l’esempio della società multiculturale che la Sinistra invoca per il nostro futuro. Qua gli immigrati hanno trovato le porte spalancate che la Sinistra indica come antidoto alla “guerra di civiltà”. Ma proprio qua, guarda caso, pochi giorni fa è stato arrestato, fra gli altri, l’imam della locale moschea per le imputazioni di cui hanno parlato tutti i giornali.
Il Gip giustamente ricorda che poi il giudizio spetterà alla magistratura. Ed è giusto essere garantisti con tutti. Va però sottolineato che questo imam, in pubblico, non si presentava affatto come un estremista. Il periodico “Quattrocolonne” (della Scuola di giornalismo che ha sede proprio lì), in un suo numero recente si era occupato proprio dell’immigrazione a Ponte Felcino. Si riportavano le dichiarazioni degli immigrati che chiedevano agli italiani di mostrarsi “aperti”. E le risposte delle istituzioni che si fanno in quattro per “integrare”, per favorire l’incontro, per “fare largo all’interculturalità”.
Secondo l’idea del “dialogo” cara alla Sinistra che governa l’Umbria e a qualche gruppo cattolico, gli stranieri “sono una risorsa e non un problema”.Su “Quattrocolonne” si parlava anche dell’imam di Ponte Felcino come uno impegnato a favorire l’avvicinamento tra comunità musulmana e quella italiana. L’imam dichiarava che, con la Circoscrizione, “stiamo organizzando per aprile una manifestazione per pulire le sponde del Tevere che vedrà impegnati, fianco a fianco, immigrati e italiani. C’è un muro di sfiducia” denunciava ancora l’imam “nei confronti dei musulmani e questa barriera va abbattuta. La gente ha paura perché pensa che siamo venuti qui per rubare il lavoro. Si tratta di una falsità. Conto molto sull’opera dei musulmani italiani che frequentano la moschea. Il loro aiuto potrebbe essere determinante nel percorso di integrazione di noi musulmani stranieri nella vostra società”. Parole che acquisteranno un significato opposto se la magistratura accerterà la fondatezza delle accuse o la loro infondatezza. In ogni caso il problema immigrazione resta colossale anche a prescindere dal fenomeno terroristico.
Il Gip di Perugia, Nicla Flavia Restivo, che ha firmato le ordinanze di custodia cautelare, ha pronunciato parole su cui riflettere seriamente: “A Ponte Felcino il controllo dello Stato è stato latitante per anni. Un intero quartiere di Perugia, che ufficialmente era territorio italiano, nella pratica era ed è un’isola”.
L’immigrazione può essere il “cavallo di Troia” dell’islamismo terrorista e anche dell’islamizzazione (due fenomeni da non confondere). Ma è pure un problema drammatico in sé quando è governato male. Secondo le rilevazioni dell’istituto americano Pew Research Center, condotto in 47 stati, il 64 per cento degli italiani ritengono l’immigrazione un enorme problema nazionale. E’ un primato mondiale. Ma la nostra classe di governo pensa l’esatto opposto e impone agli italiani la sua ideologia “immigratoria”. Originata da cosa? Dal disprezzo della nostra storia e della nostra identità? Da un (miope) calcolo elettorale? Da ideologia terzomondista? Forse da tutto questo condito dall’ “ingenuità” irresponsabile denunciata da don Georg.
Tratto da Libero