sabato 25 agosto 2007

Fanny Ardant in delirio: "Curcio un eroe"

"Curcio un eroe"
PARIGI, 23 agosto 2007 - "Renato Curcio? Un eroe che ha combattuto per una scelta di libertà e che non si è arricchito come altri ex terroristi diventati uomini d'affari".
La dichiarazione choc è dell'attrice Fanny Ardant ed è stata mandata in onda oggi dal Tg2 delle ore 13 che ha ripreso alcuni brani di un'intervista rilasciata ad una testata transalpina dalla Ardant, prossimamente ospite alla Mostra Internazionale del Cinema. In pieno delirio, l'attrice francese si è lanciata in un'appassionato elogio delle Brigate Rosse. Nemmeno una parola per le centinaia di vittime dei terroristi negli anni di piombo né tantomeno per i loro familiari. La sortita della Ardant sta scatenando un pandemonio in Francia, Paese notoriamente ospitale verso i terroristi italiani sino a quando all'Eliseo non è arrivato Sarkozy. Tant'è vero che ieri è stata arrestata Marina Petrella, condannata all'ergastolo con sentenza definitiva al termine del processo Moro ter e latitante Oltralpe da quindici anni.
Bertolini: "Vergogna. Chieda scusa ai famigliari delle vittime e all'Italia"
Durissime le reazioni anche in Italia: "Fanny Ardant chieda scusa ai familiari delle vittime e all'Italia'' -attacca Isabella Bertolini vicepresidente dei deputati di Forza Italia - ''Vergogna, vergogna, vergogna. La signora Ardant chieda immediatamente scusa alle migliaia di famiglie italiane colpite negli affetti dalle Brigate Rosse e all'Italia.
Affermare che Curcio e' un 'eroe' - aggiunge - e' semplicemente raccapricciante. Curcio era forse un eroe quando dal carcere rivendicava ed applaudiva l'assassinio di Aldo Moro e, parafrasando Lenin, affermava che abbattere un nemico di classe era il piu' alto atto di umanita' in una societa' divisa in classi? Alla signora Ardant un consiglio: prima di parlare di vicende che hanno portato tanti lutti nella storia di un paese, si informi meglio.
Il fenomeno brigatista - prosegue Isabella Bertolini - purtroppo, e' riuscito a vivere e a prosperare anche grazie a tanti radical-chic che ritenevano i brigatisti degli eroi, proprio come ha fatto lei.
Signora Ardant eviti commenti del genere ed evitera' di offendere la memoria di magistrati, poliziotti, carabinieri, politici, imprenditori, operai e gente comune assassinata anche grazie al suo 'eroe' Renato Curcio''.

sabato 11 agosto 2007


anche per il Conservatore in Azione
qualche giorno di meritato riposo estivo

L'Europa che non vuole diventare islamica

Crediamo che sia un dovere dare il massimo della informazione possibile alla manifestazione organizzata dalla Danimarca e da molti altri Paesi dell’Ue contro l’islamizzazione dell’Europa il prossimo 11 settembre a Bruxelles davanti al Parlamento Europeo. Stop Islamisation of Europe (Sioe) è un’alleanza fra popoli in tutta Europa, uniti all’unico scopo di impedire all’islam di diventare una forza politica dominante sul Continente. Vi si è associata una grande massa di inglesi al grido: «No Sharia Here», gente che vuole mantenere la legge di Sua Maestà e fermare l’avanzata strisciante della sharia in Inghilterra.
Pur dando questa informazione noi vogliamo però anche dire con assoluta chiarezza che siamo sicuri che non si otterrà nulla. Riassumiamo i motivi più evidenti dell’inevitabile fallimento, più che altro allo scopo di far comprendere quanto sia tragica la situazione dell’Europa. Prima di tutto la scelta di Bruxelles. Questo significa che gli organizzatori non hanno capito quale sia la causa fondamentale, anzi l’unica, della islamizzazione dell’Europa. L’Unione europea è stata costruita appositamente a questo scopo: rendere agevole ai musulmani invadere l’Occidente giungendovi da tutte le parti, occupandone un 20% in Svezia, un 15% in Danimarca, un 30% in Gran Bretagna e così via. Insomma, non ci vuole molto a capirlo: se si vuole allagare un territorio, per prima cosa si tolgono le dighe. È proprio questo che è stato fatto: si sono tolte le dighe fisiche, psichiche, culturali, abolendo i confini fra gli Stati sia per le persone sia per le merci, eliminando le differenze monetarie, eleggendo due lingue ufficiali, l’inglese e il francese, le più note agli immigrati provenienti dall’Africa e dall’Asia, quasi tutti ovviamente musulmani.
È stato condannato come gravissimo peccato morale e politico il cosiddetto «nazionalismo», così che ai popoli d’Occidente, creatori degli Stati nazionali, è stata tolta l’unica passione che poteva spingerli a difendersi dalla invasione di stranieri: la Patria. La violenza con la quale i governanti hanno imposto ai propri sudditi questo comportamento è stata etichettata, da una parte come virtù di solidarietà e dovere verso i poveri, e dall’altra, incuranti della contraddizione, come sistema per aumentare il patrimonio europeo in denaro, in mercato, in competitività, in bassa forza lavoro, innalzando a Divinità assoluta la libertà degli scambi, delle commistioni, delle «integrazioni».
Questa è l’unica, vera motivazione della costruzione che porta il nome di Unione Europea: togliere agli europei il senso della proprietà, la percezione di avere diritto a possedere una qualsiasi cosa, a cominciare dal territorio sul quale vivono e per il quale hanno tante volte combattuto e sono morti; di conseguenza, non possedere né istituzioni nazionali, né moneta, né banche, né governanti, né storia, né religione propria, ma al contrario abituarsi a considerare appartenente agli stranieri, a coloro che se ne appropriano, tutto quello che si riteneva appartenesse agli europei, inclusi ovviamente il diritto, i costumi, i valori, la religione.
Se non ci si convince di questo, ossia che la Ue è stata voluta dai governanti per espropriare i cittadini, e non ci si convince quindi che ogni Stato deve prendere immediatamente tutte le decisioni indispensabili per salvaguardare la propria sopravvivenza come nazione libera, come territorio che porta un nome e che appartiene ai cittadini che ne hanno formato la storia, la lingua, la tradizione religiosa, qualsiasi protesta, anche se degna del massimo rispetto, rivolta a Bruxelles, non serve a nulla. Inoltre gli Stati che formano l’Unione Europea sono tutti molto diversi gli uni dagli altri e i bisogni dell’uno non sono affatto simili a quelli dell'altro. L’Italia, per la sua conformazione geografica, per la sua storia linguistica (la Chiesa sembra aver dimenticato che il latino di cui si è servita per quasi duemila anni, era la lingua dei Romani), artistica, scientifica, per la sua eccessiva densità demografica e la fragilità del suo territorio ha assoluto bisogno che si dichiari subito esclusa dal patto di Schengen, chiudendo tutti i confini e informando a gran voce coloro che da ogni parte del mondo si apprestano a venire in Italia che non sarà ammesso più nessuno, per nessun motivo. Inoltre l’Italia è sede della Città del Vaticano e del capo della Chiesa cattolica. Questo significa che il prossimo, inevitabile conflitto con l’islam la vedrà in prima fila, che lo voglia o no, salvo che si dichiari subito sottomessa al volere musulmano e traditrice del Cristo, cosa di cui saremo costretti a convincerci se guardiamo al comportamento tenuto fino a oggi sia dai governanti sia dal clero.
Il silenzio del clero è impressionante. Cominciare a parlare adesso, come abbiamo visto fare con timide allusioni in questi giorni, se non fosse tragicamente doloroso, sarebbe perfino ridicolo, in quanto era tutto prevedibile da almeno 15 anni. La colpa più grave di coloro che hanno responsabilità di governo, ivi inclusa la gerarchia ecclesiastica, è quella di non prevedere le conseguenze delle proprie decisioni e di non fermarsi neanche un attimo a riflettere sul futuro di quei milioni di persone che hanno loro affidato la propria patria, il futuro dei propri figli, i propri beni, la propria storia, la propria religione.
«L’Occidente diventerà il Sud-Oriente. Capirne i processi sarebbe stato lo studio preliminare che i promotori dell’Unione avrebbero dovuto fare. Il fatto però che si sia dato per scontato che l’Occidente europeo, ossia la cultura nordista, avrebbe conquistato e annesso il sud-est, ampliando smisuratamente il suo territorio, il suo mercato, la forza del Continente, questo è il gesto più sconsiderato e sicuramente perdente che i politici-economisti abbiano compiuto. Perché, come è evidente, è il sud-est afro-asiatico che si sta annettendo il nord europeo, non il contrario.
L’Occidente si sofferma spesso a domandarsi come mai si sia estinto l’Antico Egitto, come abbiano potuto sparire gli Etruschi, come abbiano fatto a disintegrarsi di colpo gli Aztechi, i Maya. Domande inutili tanto quanto quelle che fra poco rivolgeranno a se stessi gli storici chiedendosi come ha fatto a sparire di colpo la cultura europea. Non sono le conquiste degli eserciti nemici, perché queste non riescono mai di per sé, neanche con gli stermini di massa, a distruggere una civiltà. È la perdita di senso che la conquista inesorabilmente comporta, a far sparire all’improvviso anche la più forte delle civiltà. È quello che sta succedendo all’Unione Europea.
L’eliminazione delle differenze, con l’omologazione, decisa a tavolino ma di fatto impossibile, di popoli totalmente diversi, sta già portando con rapido vortice al baratro del non-senso e si concluderà con la fine della cultura occidentale nella sua forma autentica - quella europea - e l’installazione di una cultura tribale di 1500 anni fa, quella islamica, che non può cambiare perché è fondata sul Corano, ossia sulle prescrizioni magiche (riprese da quelle dettate da Mosè nei primi cinque libri dell’Antico Testamento) che si ritrovano più o meno simili nelle tradizioni mitiche di origine di ogni popolo. Gesù aveva cancellato tutte quelle dell’Antico Testamento semplicemente agendo senza tenerne conto. È l’unica maniera intelligente per non discutere all’infinito di cose che i popoli amano conservare, malgrado spesso non le conoscano affatto e comunque non le mettano in atto. Per i musulmani non è così perché la loro cultura è “stare fermi”, o meglio: conquistare e possedere il mondo tenendo ferma la religione.
La fine della cultura europea sarà la fine del Cristianesimo come religione, che si terrà contento delle sue tradizioni e delle sue opere di carità, finalmente libero da quella Figura inspiegabile, tanto facile da predicare ma quasi impossibile da capire e da imitare che è Gesù di Nazaret. Aver ridotto il Cristianesimo alle opere di bene, è l’operazione più banale e più ottusa che la Chiesa odierna abbia compiuto; una operazione che non ha nulla a che fare con la religione, ma che ha così concesso il massimo spazio a una religione che non finge di non essere religione, ma anzi sottolinea il suo essere esclusivamente religione: l’Islamismo».
(Dal saggio Contro l’Europa pubblicato nel 1997, qui citato esclusivamente come prova che i pensieri e gli scopi dei politici e dei governanti possono essere facilmente previsti, e soltanto allora combattuti.) Ida Magli.

sabato 4 agosto 2007

Padova, i musulmani vogliono il venerdì libero. Di questo passo che cosa vorranno ancora?

L’associazione islamica chiede alle aziende di concedere ai lavoratori almeno quattro ore libere per pregare e riposarsi come impone il Corano
Pare che alla Triplice manchi un venerdì. Già, Cgil, Cisl e Uil presto potrebbero fare i conti con le nuove istanze dei lavoratori di fede islamica che, al venerdì, vorrebbero dedicare più tempo alla preghiera, come impone loro il Corano. Quel venerdì che, a quanto è dato sapere, al momento non è mai rientrato nelle trattative contrattuali portate avanti da Epifani, Bonanni e Angeletti. A ricordare loro questa esigenza hanno provveduto i musulmani di Padova, felici per essere vicini al traguardo della realizzazione di altre tre moschee in provincia previste entro Natale(a Cadoneghe, Saletto e Vigodarzere), ma un po’ tristi per non vedere riconosciuto il proprio giorno sacro.«Stiamo iniziando una trattativa - ha dichiarato al Gazzettino Omar Osman, presidente della Lega africana islamica di Padova - con alcune grandi imprese della zona industriale per chiedere la possibilità che i nostri fratelli impiegati in quelle aziende, durante il nostro giorno sacro, il venerdì, possano riposare e pregare, almeno per quattro ore».Tenuto conto dei ritmi di lavoro delle fabbriche venete, oltre che della necessità che alcune commesse vengano consegnate al cliente entro scadenze brucianti, è facile immaginare che queste istanze non abbiano grandissime possibilità di essere accolte. Nonostante le proposte alternative formulate da Osman nella versione di sindacalista: «Il tempo potrebbe essere recuperato negli altri giorni - spiega - magari aggiungendo un’ora ai turni lavorativi settimanali. Alcuni fedeli hanno già posto questa domanda ai loro datori di lavoro e adesso stiamo vedendo se è praticabile la strada di una raccolta firme attraverso la quale estendere questa iniziativa alle associazioni di categoria a livello nazionale».Non è una boutade di mezza estate, è una proposta più che concreta. Tra Veneto e Friuli Venezia Giulia, i musulmani praticanti hanno superato le 50 mila unità, mentre le moschee o, comunque, le strutture usate per incontri di preghiera, sono 120. Non è che i musulmani, in caso di sciopero mirato, possano mettere in ginocchio l’economia del Nordest, però si comincia a parlare di numeri significativi. A Padova e a Treviso, in particolare, la loro presenza è particolarmente diffusa nelle piccole e medie industrie.In attesa di un pronunciamento ufficiale alla prossima trattativa contrattuale di Cgil, Cisl e Uil, i musulmani padovani annunciano di essere molto vicini alla realizzazione di tre nuove moschee, tipo tensostrutture, di 200 metri quadri l’una. «Non chiediamo finanziamenti pubblici», concede Osman, salvo poi scivolare in una provocazione che nemmeno gli estremisti del relativismo riuscirebbero a digerire, e cioè l’istituzione di un non meglio precisato «tribunale amministrativo islamico-italiano». Messa giù così, il venerdì che manca alla Triplice resterà nel libro dei sogni (islamici) ancora per un bel po’.
il Giornale

Imam assolto, giudici contro il ministero della Giustizia

Tre ultrà dell’Islam, tre militanti a tempo pieno della moschea di Varese, culla delle fazioni più radicali della galassia musulmana in Italia. Se fossero anche terroristi non lo si saprà mai. Sono stati liberati il 24 maggio scorso dopo essere stati assolti con formula piena. E nelle motivazioni - depositate ieri - della sentenza che li assolve, si indica chiaramente perché non si è potuto stringere il cerchio: perché la rogatoria internazionale che doveva servire a fare luce sulla cellula di Varese si è addormentata negli uffici ministeriali. I giudici italiani sono stati avvisati dell'udienza fissata in Marocco due giorni dopo che l'udienza si era tenuta. Tardi per condurre qualunque interrogatorio.Gli imputati del processo per terrorismo internazionale davanti alla Corte d'assise di Milano erano l'imam della moschea varesina, Abelmajid Zergout,e i suoi collaboratori Abdelillah El Kaflaoui, Mohamed Raouiane. Tutti marocchini, tutti appartenenti al Gruppo Islamico Combattente. La sentenza che pure li ha assolti non è tenera nei loro confronti: «Si può parlare di una accordo tra persone che cercano di sfuggire ai pedinamenti della polizia; che forniscono giustificazioni scarsamente plausibili; che mostrano una chiara adesione alla ideologia islamica fondamentalistica; che raccolgono denaro per la causa comune; che esaltano la lotta contro gli infedeli». Per condannarli, però, sarebbe servito qualcosa di più: l'interrogatorio di una serie di testimoni in Marocco tra cui alcuni agenti di polizia. Ed è qui che la cosa si fa quasi grottesca.Nell'aula del processo ai tre estremisti, il pm Elio Ramondini chiede che venga avviata la rogatoria internazionale. Il 17 luglio dell’anno scorso, la Corte d'assise invia la rogatoria al nostro ministero della Giustizia. Per cinque mesi non accade nulla. Il 2 dicembre, mentre il ministero continua a tacere, l'Interpol comunica al presidente della Corte d'assise che l'udienza in Marocco si terrà il 16 dicembre successivo. La Corte d'assise, in uno sprazzo di formalismo, infila la lettera dell'Interpol in un cassetto: perché le rogatorie devono essere gestite dalla magistratura e non dalla polizia. Serve quindi una comunicazione ufficiale del ministero della Giustizia. Che arriva alla Corte d'assise: ma solo il 18 dicembre quando l'udienza in Marocco si è già tenuta da due giorni. Cosa sia successo a Rabat quel giorno non lo sa nessuno, visto che a Milano nessuno era stato avvisato. Il 1 febbraio il presidente della Corte d'assise Luigi Cerqua chiede al ministero di sapere qualcosa sull’esito dell'udienza. Da Roma nessuna risposta.Passano altri dieci giorni senza che nessuno si faccia vivo. E a quel punto il presidente della Corte d'assise dichiara che si è già atteso abbastanza, che la Costituzione impone una ragionevole durata dei processi e che i tre imputati - in cella ormai da oltre due anni - non possono pagare le colpe delle lentezze della giustizia. Processo chiuso, si va alle arringhe e alla requisitoria del pm, che occupano altri due mesi. Da Roma, intanto, nessuna risposta. Il 28 maggio la Corte assolve tutti gli imputati «perché il fatto non sussiste». E la nostra rogatoria, si chiedono ancora adesso in Procura, che fine ha fatto?.
il Giornale

venerdì 3 agosto 2007

Botte alla figlia «poco musulmana»: assolti

È stata picchiata e legata al letto da mamma, papà e fratello che volevano punirla «per la sua frequentazione di un amico e più in generale per il suo stile di vita, non conforme alla loro cultura».
Ma i tre, di fede islamica e di origine magrebina, sono stati assolti dalla Cassazione, malgrado il ricorso fatto della Procura di Bologna che chiedeva la conferma delle condanne per sequestro di persona e maltrattamenti pronunciate in primo grado.
I supremi giudici hanno condiviso la tesi della Corte d'Appello di Bologna del 26 settembre 2006, che aveva assolto i tre picchiatori: la ragazza era stata legata per il suo bene, avendo minacciato di suicidarsi per paura delle botte. Inoltre i maltrattamenti non erano da ritenersi abituali, essendo accaduti solo tre volte e, per di più, «motivati dai comportamenti della figlia, ritenuti scorretti e quindi non esprimenti il necessario requisito di volontà di sopraffazione e disprezzo». Di fatto cadono le accuse di sequestro e di violenze.
La prima perché «dall'istruttoria di primo grado era emerso con certezza che Fatima, terrorizzata dalle possibili ritorsioni dei familiari perché non si era recata al lavoro incontrandosi con un uomo, aveva minacciato di suicidarsi». I genitori, secondo i supremi giudici, erano stati costretti a legare la figlia per evitare che commettesse atti di autolesionismo. Per quanto riguarda il reato di maltrattamenti inoltre «non susssiste la piena abitualità delle condotte violente», in modo particolare quella del padre che, in maniera provata, aveva picchiato Fatima in «tre soli episodi nell'arco della sua vita».
Senza successo dunque il ricorso inoltrato alla Corte di Cassazione dal procuratore generale di Bologna all'indomani dell'assoluzione dei tre islamici in Corte d'Appello. Una sentenza pronunciata nonostante Fatim a «fosse stata segregata e liberata solo per essere poi brutalmente picchiata dai congiunti - ha sottolineato il Pg Enrico Di Nicola - che la volevano punire per la frequentazione di un amico e più in generale per il suo stile di vita, non conforme alla loro cultura». «Episodi come questo non fanno che confermare la necessità di una rapida approvazione della legge contro la violenza sulle donne e per i reati connessi all'orientamento sessuale», è stato il commento del ministro per le Pari opportunità Barbara Pollastrini, che si dice «ferita e colpita» dalla sentenza della Cassazione.
«La giustizia italiana è forse alleata dell'islam radicale? - si chiede Isabella Bertolini, vicepresidente dei deputati di Forza Italia - La Suprema Corte di Cassazione ha scritto oggi una pagina buia nella storia del diritto e della giustizia del nostro Paese».
l'Avvenire

mercoledì 1 agosto 2007

La droga finanzia i terroristi islamici

Dagli spinelli alle bombe un'unica scia di fumo. I gruppi salafiti, come quelli responsabili delle stragi di Madrid, si finanziano vendendo hashish. La criminalità internazionale sta investendo fortemente in Africa sia come terreno di coltivazione, sia impiantando laboratori di trasformazione con manodopera a basso costo

Si fa presto a chiamarla "droga leggera". Quando invece è ormai assurta a moneta di scambio nello sfruttamento della prostituzione ed è fonte primaria nel finanziamento del terrorismo internazionale. Dentro a uno spinello, a una canna, infatti, c'è tutto questo.
Perché dal campesino boliviano allo spacciatore sotto casa la filiera è scandita da accordi che coinvolgono la mafia siciliana e i governanti corrotti dei Paesi più poveri, i boss della 'ndragheta calabrese e i gregari di al-Qaeda. Non è un caso che con i proventi dello spaccio di hashish siano stati finanziati gli attentati dell'11 marzo di Madrid: 200 morti nelle stragi alle stazioni.
Ma tutto questo l'adolescente che va a comprare un grammo di "fumo" dal ragazzetto sveglio del quartiere probabilmente non lo sa. E spesso non lo sa neanche il singolo spacciatore, ultimo anello di un sistema a compartimenti stagni. In fondo sarebbe uno svago innocente, stando a quel che assicurano veline e imprenditori (ricorda nulla "Vallettopoli"?) sorpresi in discoteca a tirare di coca nei privè dei locali alla moda: «Sono affari privati e poi non c'è nulla di male», hanno detto più volte in un progressivo allentamento della percezione della responsabilità personale e della pericolosità sociale di certe pratiche.
Chissà cosa direbbero se sapessero che il nuovo orizzonte dei narcos guarda verso l'Africa, dove i narcotrafficanti sudamericani stanno impiantando piantagioni di cannabis e laboratori clandestini, perché i contadini neri costano poco, lavorano sodo e stanno zitti.
«In tale contesto - è scritto in un dossier del governo - si registra il progressivo insediamento delle organizzazioni colombiane nei principali Paesi occidentali africani, primo fra tutti il Senegal dove attraverso società di import-export e di pesca, opportunamente avviate, provvedono al recupero (in mare e a terra), allo stoccaggio e al trasferimento di questa sostanza sul mercato europeo di consumo». Oltre a Senegal, Gambia, Ghana, Niger ia, "l'erba da sballo" cresce copiosa pure in Marocco. Nonostante un significativo calo rispetto al 2004 (-37%) dovuto alle politiche antidroga promosse dalla casa reale, nel regno degli Alawiti viene prodotta la quantità maggiore di hashish che alimenta, per l'80%, il mercato illecito europeo. È lungo questa rotta che si fanno strani incontri.
«Sempre più spesso - racconta un investigatore impegnato in operazioni sotto copertura - quando cerchiamo i boss della droga troviamo i terminali di una qualche cellula islamica». Lo conferma Tlili Lazhar, l'ultimo dei pochi pentiti della jihad di casa nostra: «Per autofinanziarci spacciavamo droga e i soldi ci servivano per l'organizzazione».
E per organizzazione si intende il Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento, sigla magrebina del franchising firmato al-Qaeda. La storia di Lahzar segue il copione di molte altre vite a rischio. L'emigrazione dalla Tunisia, i giorni di duro lavoro come bracciante a Mazara del Vallo, poi operaio a Siena, infine spacciatore di droga in Lombardia, tra Legnano, Milano e Buccinasco. «Il cosiddetto spaccio di droga - ha scritto Loretta Napoleoni, consulente delle Nazioni Unite e tra i massimi esperti mondiali nello studio del finanziamento al terrorismo - proprio recentemente ha visto prevalere l'etnia magrebina, soprattutto, per quanto riguarda il primo livello di consumo, quello della cosiddetta "erba", anche se ormai il fenomeno si sta fisiologicamente dilatando e potrebbe raggiungere presto il controllo del più interessante, in termini economici, smercio della cocaina».
Le stime dell'Unodc (l'agenzia Onu sulle droghe e la criminalità) indicano in 1.070 tonnellate la produzione totale marocchina del 2005, proveniente da 72.500 ettari di coltivazioni di cannabis concentrate, soprattutto, nella zona del Rif (un'area montuosa del Nord). La maggior parte dell'hashish marocchino viene fatto transitare in Spagna (297 tonnellate sequestrate al 30 giugno del 2006) attra verso lo stretto di Gibilterra dalle stesse organizzazioni locali e lì stoccato in enormi quantitativi. L'ultimo episodio è del 19 luglio: la polizia di Milano ha sequestrato un carico di 440 chili di hashish partito dal Marocco e diretto in Italia.
Il Tir, intercettato in Spagna, è stato pedinato fino all'arrivo in Lombardia. Alla partenza era stato caricato con 1.800 chili di stupefacente, ma a Milano ne sono arrivati 440. Per ogni grammo consumato c'è una famiglia povera che a un futuro di coltivazioni "normali" preferisce, e qualche volta non gli viene concessa altra scelta, il guadagno immediato dalle produzioni fuorilegge, tanto più se queste contribuiscono alla causa di una qualche fazione islamica.
Sono moltissimi i Paesi, tra quelli sudamericani, africani ed asiatici dove la pianta cresce spontaneamente. Una stima della produzione globale dei due più comuni derivati della cannabis (marijuana e hashish) è stata tentata dall'Unodc sulla base delle piantagioni individuate e dei sequestri effettuati: a 45.000 mila tonnellate corrisponde la produzione di marijuana e 7.500 tonnellate quella dell'hashish. Mettendo in fila i dati delle forze dell'ordine se ne ricava che nel corso del 2006 il mercato italiano sia stato alimentato prevalentemente dalla cocaina prodotta in Colombia, dall'eroina afgana, dalle droghe sintetiche provenienti per lo più dall'Olanda, dall'hashish marocchino e dalla marijuana albanese.Dal Paese delle Aquile una volta arrivavano gommoni carichi di clandestini e sigarette. Non più.
Perché mafie italiane ed albanesi grazie alla droga hanno siglato un contratto che consente a entrambe di fare affari senza invasioni di campo. Nel 2006 sono state sequestrate 5,4 tonnellate di marijuana, in gran parte "Made in Albania". Una volta giunta in Italia, principalmente sulle coste salentine con il supporto delle organizzazioni criminali locali, la cannabis albanese viene recapitata sull'intero territorio nazionale attraverso i grossisti siciliani e calabresi.
È in questo caso che lo spinello alimenta soprattutto il mercato dei nuovi schiavi. Il patto tra cosche schipetare, Cosa nostra e 'ndrangheta è collaudato: «I clan italiani - spiegano dalla Direzione investigativa antimafia - ottengono la droga che poi rivenderanno "al dettaglio", gli albanesi in cambio hanno il permesso di gestire lo sfruttamento delle migliaia di donne dell'est". Se volete chiamatela ancora "droga leggera".

L’Avvenire