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giovedì 16 ottobre 2008

Genocidio comunista. Holodomor, sfida per la memoria

Non chiedono soldi, né risarcimenti, ma solo che il mondo si ricordi di loro. Gli ucraini discendenti delle vittime dell’Holodomor, la carestia indotta da Stalin che negli anni Trenta portò alla morte oltre sette milioni di persone, da anni si battono affinché la loro tragedia sia riconosciuta come uno dei grandi genocidi del Novecento.
Anche gli ucraini d’Italia, i duecentocinquantamila immigrati regolari, chiedono al nostro Paese un gesto di solidarietà storica. Lo fanno attraverso una lettera aperta inviata ai presidenti delle Camere da Oleksandr Horodetskyy, presidente dell’Associazione cristiana degli ucraini in Italia, che chiede al nostro Parlamento di riconoscere l’Holodomor come 'genocidio del popolo ucraino', di condannare il principale responsabile, Stalin, e – forse il punto più importante – di inserire la conoscenza di quel dramma nei programmi scolastici.
In realtà, una bozza di risoluzione orientata proprio in questo senso giace già, da anni, nei cassetti della Camera: si tratta della risoluzione 7/00384 proposta da Gustavo Selva alla commissione Affari esteri e comunitari, con un «iter in corso» (mirabili eufemismi dell’anchilosata burocrazia parlamentare) dal 3 gennaio 2004. Gli ucraini d’Italia vorrebbero un passo più concreto. La catastrofica carestia che colpì l’Ucraina nei primi anni Trenta, raggiungendo il picco tra il 1932 e il 1933, fu la diretta conseguenza della collettivizzazione dell’agricoltura operata dal regime comunista; in Ucraina l’iniziativa si abbatté sulla struttura economica del Paese, largamente agricolo e ripartito in fattorie di proprietà individuale.
Nelle campagne furono inviati coloni di stretta fede bolscevica, selezionati tra gli operai industriali delle città, per scalzare i tanti contadini ucraini che si opponevano alla collettivizzazione: i kulaki, come vennero spregiativamente definiti dal regime che li accusava di nascondere il grano. La produttività agricola crollò e il grano inviato a Mosca nel 1932 fu poco più di un terzo di quanto programmato: un deficit che scatenò la repressione bolscevica, prima diretta contro i kulaki e le loro famiglie, con oltre centomila condanne a morte, alla detenzione o alla deportazione nei gulag siberiani, poi con la deliberata decisione di affamare l’Ucraina. L’Unione sovietica aveva già conosciuto una grave carestia nel 1921-1923 e un’altra l’avrebbe afflitta nel 1947, ma mentre queste sono imputabili al collasso infrastrutturale seguito alla Rivoluzione bolscevica o alla Seconda guerra mondiale, quella ucraina del 1932-1933 fu causata da una precisa scelta politica, messa in pratica con apposite azioni amministrative.
Stalin e i vertici comunisti 'punirono' l’Ucraina per le resistenze alla collettivizzazione agricola e per il mancato raggiungimento dei livelli di produzione previsti da Mosca, e infatti le misure restrittive si concentrarono contro i contadini di etnia ucraina: una commissione speciale guidata da Vjaceslav Molotov, il futuro ministro degli Esteri, ordinò il 9 novembre 1932 di requisire dai villaggi ucraini non solo il grano, ma anche barbabietole, patate, verdure e ogni altro tipo di cibo; il 6 dicembre il decreto fu rafforzato dal divieto di commerciare generi alimentari e dalla requisizione delle risorse finanziarie.
Apposite brigate effettuarono incursioni nelle fattorie per portar via il grano raccolto, senza tener conto se i contadini avessero cibo sufficiente per nutrirsi o se si lasciavano sementi per la prossima semina; l’intera regione tra il Don e il Caucaso fu isolata dal resto del mondo dalle truppe dell’Nkvd, la polizia politica del regime, e al suo interno si iniziò presto a morire d’inedia. Il bilancio è ancora oggetto degli studi degli storici; la cifra generalmente accolta indica almeno sette milioni di vittime, ma esistono anche stime al ribasso (tre milioni) e al rialzo (fino a dieci milioni).
Tema di dibattito è anche la possibilità stessa di applicare la definizione di 'genocidio' all’Holodomor: tramontate le difese ideologiche che minimizzavano la carestia e la imputavano non a scelte deliberate, ma a errori involontari (e agli stessi kulaki), resta da definire la volontà di colpire un determinato gruppo etnico, o piuttosto un certo gruppo sociale – una 'classe', nel lessico marxista. Anche quest’interpretazione appare però negli ultimi anni in ribasso, e trova sempre maggior credito una lettura dei fatti che insiste sulla specifica volontà di colpire gli ucraini in quanto tali, sia pure identificandoli con i kulaki «nemici del popolo».
È questa la posizione sulla quale insistono non solo gli ucraini d’Italia, ma anche lo stesso governo di Kiev, che rimarcano come la carestia indotta si sia affiancata a un processo di russificazione culturale e sprituale che ancora oggi segna l’Ucraina, con un’ampia porzione del Paese ormai abitata da russofoni. Una spina nel fianco nel Paese della Rivoluzione arancione, in bilico tra Europa e Russia, che si appresta a celebrare, il quarto sabato di novembre, il settantacinquesimo anniversario delle stragi.

fonte: Avvenire

venerdì 21 settembre 2007

Comunismo: l’URSS dietro le BR e il terrorismo in Europa

Non ho mai avuto dubbi che all’origine delle Brigate Rosse ci fosse l’Unione Sovietica. E sono sempre stato convinto che sullo sfondo del caso Moro ci fosse lo scontro tra i due blocchi, quello dell’Est e quello dell’Ovest. In questo quadro l’Italia rappresentava il ventre il molle dell’Alleanza Atlantica e veniva massacrata dai Servizi Segreti del Patto di Varsavia».
Con queste parole, Franco Mazzola, nel 1978 Sottosegretario alla Difesa, quindi Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega per i Servizi Segreti nei governi Andreotti, Cossiga e Forlani, torna a parlare del sequestro Moro. L’occasione è la nuova pubblicazione del suo libro a cura dell’editore torinese Nino Aragno vent’anni dopo, stavolta con la firma dell’autore, che nella prefazione spiega anche perché nel 1985 decise di pubblicare con Rusconi scegliendo l’anonimato e scatenando interrogativi e sospetti.
«Nel corso degli anni della mia vita di parlamentare avevo tenuto un diario nel quale annotavo giornalmente i fatti politici ma anche quelli famigliari e della vita quotidiana. L’esistenza di quel diario – scrive il sen. Mazzola – era abbastanza nota non solo nella cerchia dei miei amici, ma anche nell’ambiente politico e molti ritenevano che quelle pagine contenessero notizie inedite sulle vicende del tempo e capaci di gettare una luce sui fatti del terrorismo ed in particolare su molti aspetti oscuri della vicenda del sequestro e dell’assassinio di Moro».
La prima edizione de I giorni del diluvio andò esaurita in pochi giorni e non ne venne pubblicata una seconda. «Ho sempre avuto il dubbio – afferma l’autore all’“ADNKRONOS” – che fosse stato ritirato».
L’ex-Sottosegretario alla Difesa, componente del Comitato di crisi per il sequestro Moro che Francesco Cossiga istituì al Viminale, ribadisce la sua convinzione che «all’origine del terrorismo in Europa ci fosse il Kgb, con il suo potentissimo primo direttorato centrale che utilizzava i cecoslovacchi per le operazioni, per poi sostituirli con i bulgari quando Jan Seina passò all’Occidente nell’agosto del ‘68».
A quasi trent’anni dal rapimento del Presidente della DC da parte delle BR, Mazzola ammette che «poco o nulla è stato detto di come siano andate effettivamente le cose». Ad esempio: «ho sempre considerato incredibile – osserva – che la Renault 4 rossa delle BR potesse aver attraversato Roma la mattina del 9 maggio con il cadavere di Moro nel bagagliaio per arrivare a via Caetani. Quella macchina non ha percorso molta strada. E ritenevo invece che il falso comunicato del lago della Duchessa, del 18 aprile 1978, non fosse opera dei Servizi Segreti, ma al contrario un’idea partorita da qualcuno interno alle BR come diversivo per poter spostare l’ostaggio da una prigione all’altra. Ricordo di aver avvertito io stesso Cossiga che il lago era ghiacciato, ma vollero effettuare ugualmente tutte le ricerche».
Nel 1978 il Sisde, Servizio Segreto per la Sicurezza Interna, aveva due mesi di vita. La legge 801 era appena entrata in vigore e il sen. Mazzola rammenta come il gen. Giulio Grassini, neodirettore dell’ intelligence civile, disponesse di quattro stanze e venti persone: «si lamentava di non riuscire a fare nulla. Nel ‘79 e nell’80 ero Sottosegretario ai Servizi e dovetti ingaggiare un braccio di ferro con il Direttore del Sismi, Giuseppe Santovito, che non voleva passare al Sisde il materiale che riguardava gli affari interni».
«In questo quadro mi riesce quindi difficile ritenere – osserva ancora il sen. Mazzola – che quelle strutture potessero avere un controllo capillare delle Brigate Rosse tanto da avere persino delle basi nelle stesse zone che ospitavano i covi dell’organizzazione guidata da Mario Moretti».
Sebbene tutti i nomi siano in codice, ne I giorni del diluvio si riconoscono senza difficoltà i protagonisti dello scenario internazionale del 1978. Il colonnello Gheddafi, il capo dei Servizi Segreti libici, Yalloud, il leader dell’Olp Yasser Arafat, il colonnello Stefano Giovannone, capocentro del Sismi a Beirut, l’uomo che venne incaricato di stabilire un contatto con le BR durante i 55 giorni del rapimento Moro.
L’ex Senatore ammette infine di essere sempre stato convinto della responsabilità dei bulgari per l’attentato a Papa Giovanni Paolo II. «Nell’estate dell’82 rilasciai un’intervista ad una tv inglese dichiarando che i bulgari avevano ereditato il ruolo dei cecoslovacchi come braccio armato dei Kgb per le operazioni terroristiche. La tv italiana, alla quale gli inglesi offrirono il servizio, la mandò in onda alcuni anni dopo».
Corrispondenza romana

mercoledì 29 agosto 2007

Carlos. Il professionista del terrore

Nel libro «Anni di terrore» Magdalena Kopp, compagna del famigerato Carlos, conferma il ruolo dei regimi comunisti nel sostenere il terrorismo internazionale «Spesso dopo un’azione terroristica, lui si rifugiava a Berlino Est. Al di là del Muro era al sicuro e lì lo aspettavo. La Stasi ci proteggeva, potevamo muoverci liberamente, senza rischi».
Lui è Illich Ramírez Sánchez, alias Carlos lo sciacallo, negli anni Settanta e Ottanta il terrorista più ricercato del mondo, l’autore di stragi paurose e di imprese da brivido come il sequestro nel 1975 dei ministri del Petrolio riuniti a Vienna per la conferenza dell’Opec. E la persona che lo aspettava al di là del Muro è Magdalena Kopp, la donna che ha vissuto con Carlos per tredici anni e che ora racconta la sua vita con lo sciacallo in un libro, «Anni di terrore», la cui uscita imminente è preceduta da una lunga intervista concessa al quotidiano Bild Zeitung.
Tedesca, un tempo militante nei movimenti dell’estrema sinistra di Francoforte, la Kopp è oggi una donna sulla sessantina che ha ripudiato il suo passato di terrorista dopo aver scontato una lunga pena detentiva in Francia per un attentato a Parigi. Il suo racconto non contiene rivelazioni clamorose. Ma è ugualmente interessante perché conferma una volta di più, attraverso una testimonianza diretta, l’appoggio che i regimi comunisti diedero al terrorismo internazionale e alle stragi commissionate a Carlos dai servizi di alcuni Paesi del Medio Oriente.
«La Stasi non ci ha mai utilizzato però ci permetteva di usare il territorio della Ddr come rifugio e base operativa. A Berlino Est Carlos teneva i contatti con i Paesi arabi e con altri movimenti terroristici tra cui l’Eta degli indipendentisti baschi. La città al di là del Muro era uno specie di luogo d’incontro del terrorismo internazionale, lì venivano pianificati gli attentati e lì avvenivano i pagamenti agli esecutori delle stragi. Spesso Carlos si recava anche a Bucarest per procurarsi documenti falsi, una specialità dei servizi romeni».Catturato in Sudan nel 1994, Carlos fu estradato in Francia dove è stato condannato all’ergastolo per l’uccisione di due poliziotti nel 1975. Uno dei tanti conti con la giustizia. Secondo il Bild Zeitung, sarebbero più di 1.500 le vittime delle stragi e dei dirottamenti riconducibili a Carlos e al suo gruppo. Una vita accompagnata da una lunga striscia di sangue ma sempre vissuta nell’agiatezza. «Carlos si faceva pagare molto bene dai suoi committenti», racconta la sua ex-compagna. «Pasteggiavamo a base di champagne e caviale, trascorrevamo lunghi periodi in ville con piscina o in grandi alberghi. Quando eravamo nei Paesi arabi, le spese venivano pagate dai governi che ci ospitavano. Nella Ddr invece dovevamo pagare noi i conti, ma i soldi non ci sono mai mancati. Ricordo che una volta ricevette una grande somma dalla Libia e un’altra 200mila dollari in contanti dai servizi iracheni». Occhi verdi, capelli corvini, lineamenti marcati che rivelano un carattere ribelle, un volto oggi segnato da rughe profonde ma che un tempo doveva essere capace di sedurre, la Kopp, che ha anche avuto una figlia da Carlos, distrugge la leggenda secondo la quale lo sciacallo era un grande conquistatore di donne. «La mia attrazione per lui - racconta nell’intervista - nasceva da una mia malattia interiore, da un mio bisogno perverso di sentirmi ostaggio, prigioniera. Quanto a lui è sempre stato un amante mediocre. I primi tempi prima di fare l’amore metteva la pistola sul tavolo. Diceva di essere un rivoluzionario, un vero comunista. In realtà era un reazionario, un macho dalle idee ristrette come tutti i terroristi che ho conosciuto».
Chi è Carlos
Nato in Venezuela nel 1949, Ilich Ramírez Sánchez, noto come “Carlos” o “lo sciacallo” riceve da suo padre, avvocato, una formazione marxista. Il nome Ilich s’ispira infatti a Lenin. Da ragazzo partecipa al movimento comunista giovanile. Oltre allo spagnolo, impara l’arabo, il russo, il francese e l’inglese. Studia a Londra e a Mosca, abbraccia la causa palestinese e va in Giordania, in un campo del Fronte popolare per la liberazione della Palestina. È lì che prende lo pseudonimo di Carlos. La sua carriera di terrorista comincia nel 1973, quando, per conto dell’Fplp, Carlos prenderà parte a diversi atti terroristici, tra cui dirottamenti e missioni per conto dei servizi del blocco sovietico. Arrestato nel ’94 e processato, Carlos sta scontando l’ergastolo in Francia. L’appellativo “sciacallo” gli è stato dato dopo l’uscita del libro Il giorno dello Sciacallo, in cui lo sciacallo è un terrorista assoldato per eliminare de Gaulle. Ha avuto tre mogli: prima la tedesca Magdalena Kopp (da cui ha avuto la figlia Elba Rosa), poi una palestinese e infine Isabelle Coutant-Peyre, che è anche il suo avvocato.

tratto da Il Giornale