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domenica 4 novembre 2007

Nel carcere di Belluno ormoni gratis per i detenuti transessuali

Più che un carcere, un hotel a cinque stelle. Ma solo se i detenuti sono transessuali. Sembra uno spot studiato per attirare clienti in cerca di emozioni forti, e in realtà è il biglietto da visita del carcere Baldenich di Belluno che, oltre a riservare ai trans le camere (difficile chiamarle celle) migliori, con al massimo due letti, acqua calda, doccia privata e piastrelle di pregio, rimborsa a pie di lista il costo delle cure ormonali.
Mille euro al mese, più o meno, per i 12 trans detenuti attualmente, che il contribuente versa per non alterare l’equilibrio psicofisico di chi ha scelto un sesso diverso da quello che la natura gli/le ha assegnato alla nascita.La particolarità era già nota nel pianeta carcerario italiano, tanto che alcuni trans farebbero carte false pur di essere ospitati in questa casa di cura.
Sì, perché chi vuole essere donna senza averne la natura deve svenarsi ogni volta che fa un giro in farmacia: se la dose giornaliera di femminilità te la passa la mutua, sai che pacchia. Nelle altre carceri italiane questa agevolazione non è concessa, forse perché equipara gli ormoni a una sorta di operazione estetica, tipo un intervento per modellare il seno con una robusta iniezione di silicone.
Questione di interpretazioni. La direttrice del carcere di Belluno, Immacolata Mannarella, interpellata dal Gazzettino, ha spiegato che «si tratta dell’applicazione di un principio di natura costituzionale, che trova riconoscimento anche nelle norme dell’ordinamento penitenziario: il principio di tutela della salute». «L’ottica è la tutela e il non peggioramento della salute di chi ha già iniziato delle cure - spiega -. I trattamenti sicuramente non cominciano qui, nessuno viene da noi per cambiare sesso. Non diamo ormoni a chi non li deve prendere. Se tagliassimo le dosi massicce di ormoni a chi già le prende, provocheremmo in quella persona una serie di gravi scompensi dal punto di vista fisico, come pericolose alterazioni nella risposta cardiovascolare».
In sostanza, è il ragionamento della Mannarella, così come i detenuti non pagano il ticket quando il medico prescrive loro degli antibiotici, allo stesso modo vanno trattate le ricette per gli ormoni.Il problema è che ai transessuali liberi questa garanzia non viene concessa e, tranne in Toscana, dove gli ormoni sono passati dallo stato, la scelta di cambiare sesso comporta una spesa non indifferente e perpetua. Per il momento i più arrabbiati sono gli altri detenuti del carcere Baldenich, i cosiddetti normali, sistemati in 6-7 per cella, con un lavandino e acqua fredda e con un pavimento di grigio cemento. I progetti per migliorare la struttura ci sono, ma per ora sono arrivati solo i fondi per la sezione transessuali, «che vanno trattati con tatto e accortezza, vista la vita complicata e travagliata che fanno», precisa la direttrice.
Il Giornale

venerdì 27 luglio 2007

Indulto flop: 21mila fuori, solo 96 al lavoro. Un fallimento il programma di reinserimento costato 19 milioni di euro

«Flop», «fallimento» e «errore» sono i termini più usati in questi giorni per descrivere - a un anno dall’approvazione - il provvedimento dell’indulto.
Già, perché negli ultimi dodici mesi sono poche le previsioni del governo che si sono dimostrate veritiere in merito.
Sbagliate le cifre e - soprattutto - estremamente carenti i progetti di reinserimento degli ex detenuti.
Pochi giorni dopo l’inchiesta de La Stampa, che aveva svelato come a beneficiare dell’indulto fossero stati oltre 26mila detenuti (il 40% della popolazione carceraria, diecimila più del previsto), anche il magazine Vita svela una magagna.
Quella del flop del reinserimento lavorativo.Il settimanale dedicato al terzo settore, in edicola oggi, svela come - su 21.160 ex detenuti ancora in libertà - solo 96 siano stati impegnati in progetti di reinserimento lavorativo.
Un numero risibile, una percentuale dello 0,45% che certo non basta a giustificare i 19 milioni di euro stanziati la scorsa estate dall’esecutivo per promuovere questo tipo di «recupero».Insomma, il piano post-indulto di supporto agli ex detenuti è stato un fallimento. Finora, a vedere la luce è stato il solo progetto promosso da Italia Lavoro, l’agenzia del ministero del Lavoro.
Tutti i 96 detenuti, secondo Vita, frequentano tirocinii sotto il cappello del progetto «Lavoro nell’inclusione sociale dei detenuti beneficiari dell’indulto» in 14 città.
Solo allo scoccare del primo anniversario dell’indulto stanno cominciando a muovere i primi passi anche altre iniziative.
Per esempio il progetto L.I.So.La., voluto dal Provveditorato all’amministrazione penitenziaria della Lombardia, dalla Provincia di Milano e dai Comuni di Milano e Monza. Esperienze simili stanno per partire anche a Catania, Messina e Mondragone (Caserta), dove è iniziato il progetto pilota «Para-cadute», del ministero della Giustizia. Iniziative che, però, sopraggiungono in grave ritardo.
Un’inerzia amministrativa che è una delle cause dell’alto tasso di recidiva, dal momento che 5.528 persone (il 15% dei beneficiari dell’indulto) sono già rientrate in carcere.
Ai pachidermici iter burocratici che hanno rallentato l’approvazione dei progetti, si è affiancata un’ulteriore difficoltà, come spiega il presidente di Italia Lavoro Mario Conclave: «Difficile è stato anche intercettare i liberati. Fino ad oggi abbiamo ricevuto solo 233 richieste di reinserimento». Come a dire: l’amministrazione sclerotica ha le sue colpe, ma se chi esce di galera non ha voglia di reinserirsi nel mondo del lavoro, c’è poco da fare.
Resta comunque la scia di un provvedimento molto contestato e sul quale il governo non è mai stato davvero padrone di dati e prospettive (a partire dal valzer delle cifre tra il Guardasigilli Clemente Mastella e il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria dello scorso novembre). E restano i 21.064 ex detenuti non reinseriti.
tratto da Il Giornale